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RAPPORTO CONFIDENZIALE
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Rapporto Confidenziale
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25 ottobre 2007


Roma Film Flop. Paolo Mereghetti sul festival veltroniano-bettiniano


Una formula complicata
Tanti film, cultura (e anche le star) ma il primato di Venezia è lontanto
di Paolo Mereghetti.
"Il Corriere della Sera" (24/10/2007)

ROMA - Lo spettro che viene agitato ogni giorno di più sulla testa della Festa di Roma è, manco a dirlo, quello del confronto con Venezia. Una selezione di film italiani di qualità media, più o meno riusciti ma senza veri capolavori, favorisce il paragone con la selezione nazionale al Lido, dove — retrospettivamente — il direttore-mandarino Marco Müller sembra aver sbagliato per eccesso di ambizione: a film più «tradizionali» e «rassicuranti» ha preferito la forza di una possibile eccentricità, dimenticando che i gusti maggioritari degli addetti ai lavori non sono più quelli dei cinéphiles che frequentava a Parigi. Da cui le stroncature veneziane e gli elogi romani.

Ma la supremazia della Mostra, che l'anno scorso pareva seriamente messa in discussione dalla neonata Festa capitolina, quest'anno sembra inattaccabile e indiscutibile. Per una ragione soprattutto: che il Festival di Venezia ha un'identità facile da riconoscere e da gestire, mentre la Festa dell'Auditorium sembra (masochisticamente) fare di tutto per confondere e confondersi.

L'immagine dei festival tradizionali, che traggono la loro forza e la loro identità da un «momento» chiaro e riconoscibile, cioè il concorso, si è talmente imposta nell'immaginario da fagocitare ogni altra possibile metamorfosi. I festival senza concorso, o con un concorso «debole », finiscono per sembrare eventi minori o poco importanti. Anche se poi «producono» cultura cinematografica di buono o ottimo livello: l'esempio italiano dei festival di Pesaro o di Torino pre-Moretti, di Pordenone o di Udine è lì a dimostrarlo.

Anche la Festa di Veltroni e Bettini non ha saputo resistere alla chimera del concorso e ha finito per dimenticare che se era abbastanza semplice trovare star e registi capaci di attirare pubblico e televisioni, non era altrettanto semplice costruire una competizione alla stessa altezza. E che a un qualsiasi osservatore sarebbe maggiormente saltato all'occhio la gamba zoppicante che non quella baluginante che spunta da un abito da sera. Cosa che è puntualmente avvenuta. Con una aggravante: che il resto — Première ed Extra, Alice e Business Street , ma soprattutto la vocazione «populista» all'origine di questo progetto — sembra crescere e rafforzarsi giorno dopo giorno.

Mi sembra chiaro: il progetto più o meno evidente di questa manifestazione non è quello di scippare la Mostra al Lido per portarla sul Tevere (forse qualcuno ci ha anche pensato, ma come sogno, come vaghissima speranza), ma di sfruttare il cinema per offrire alla città di Roma una specie di nuovo, potentissimo riflettore mediatico puntato su di lei e insieme di «ricreare» i suoi abitanti regalando loro quello che dopo i tempi magici di Via Veneto avevano irrimediabilmente perso: divismo e glamour. Un progetto sacrosanto, per carità! Che però non ha niente a che fare con festival e concorsi ma anche — e bisogna aggiungerlo per amore di verità — che ha pochissimo a che fare con la cultura cinematografica.

Veltroni e Bettini non saranno d'accordo, ma le loro azioni contraddicono spesso in maniera clamorosa le loro dichiarazioni, a cominciare dall'orgoglio (sacrosanto) con cui sbandierano biglietti venduti e scolaresche ospitate per continuare con l'altrettanto sacrosanta vanità con cui offrono pranzi a Coppola o discutono di politica con Tim Robbins, sfilano con Ségoléne Royal o danno premi a Sophia Loren.

Giorno dopo giorno viene il dubbio — ormai quasi la certezza — che il vero sogno veltroniano sia quello di fondere l'animo populista delle vecchie Feste dell'Unità con il look mediatico delle premiazioni degli Oscar o della montée des marches di Cannes. Dove il cinema è più importante dei film, perché le star sono più importanti degli attori. Non è un peccato. Ma è un peccato non avere il coraggio di ammetterlo.

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