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RAPPORTO CONFIDENZIALE
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NUMERO18 - ottobre 2009

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25 luglio 2007


Sì! il dibattito sì. Grindhouse – A prova di morte



Parlare con i film alla fine è cosa rara, troppo spesso li si racconta ma con meno frequenza con questi ci si confronta. Rischiando magari la figuraccia o la parola di troppo (rischio ovviamente concretizzato) mi sono lanciato in uno scambio di vedute pindariche con il blog Saletta Lumiere, che da tempo seguo con attenzione e del quale apprezzo principalmente l'ottimo uso della lingua e la rara capacità di concigliare la brevità con la profondità d'analisi. Per questo consiglio, a coloro che non avranno il coraggio di tuffarsi un questa particolare lettura, di frequentare il blog Saletta Lumiere.

Cinema da masticare
Grindhouse. A prova di morte di Quentin Tarantino

Recensione a cura di Saletta Lumiere [http://buio-in-sala.splinder.com//post/13106889]

Se fosse lecito paragonare un film ad un cibo, lo assocerei ad un bignè. Un cibo bellissimo da vedere, buono da mangiare, magnificamente inconsistente e con tante calorie, da non abusarne. Tarantino "sforna" l'ennesimo tributo al cinema di genere, questa volta volta una sorta di road movie, alla maniera stunt. Il tributo si arricchisce della pelle originaria, ovvero di tutti gli strumenti tecnici di ripresa, sviluppo e montaggio degli anni '70, ovvero degli anni che videro sorgere e svilupparsi in america quel genere cinematografico. Le immagini sono leggermente sgranate, con una definizione più bassa di quella odierna, nel montaggio vengono inserite le duplicazioni e i tagli dell'audio che derivavano da imperfezioni dei tagli e dei sincronismi audio/video. La pellicola è segnata da tagli, impurezze e sbalzi. L'impressione è davvero quella di trovarsi davanti ad un film usa degli anni '70, tanto che alla vista del primo telefono cellulare si resta stupiti dell'apparente anacronismo.

La trama del film è ridotta a pochissima cosa, puro e semplice pretesto che permetta lo svolgimento dell'azione che è l'unica cosa che sembra interessare a Tarantino. Il risultato è un film serrato, pieno di deja vu, remake e citazioni che rimettono in circolo una miriade di suggestioni dell'immaginario cinematografico dello spettatore. Ritornano gli inseguimenti dei polizieschi alla Starsky e Hutch e si sente l'eco di tante serie televisive americane che noi, come alcune giovani protagoniste del film, non abbiamo visto ma di cui non fatichiamo ad immaginare il genere.

I film di Tarantino sono buoni da mangiare con gli occhi, appunto come i bignè, sono anche manifesti programmatici che sfidano i cineasti a produrre un cinema sanguigno che faccia vibrare le sensazioni di pancia dello spettatore. Sono tributi alla memoria che rimettono in circolo le emozioni. Ma questo manifesto non delinea un quadro generale valido per tutta la cinematografia attuale, è solo una parte, molto dolce, ma anche molto piccola.


Interessato dalla recensione ho postato un mio commento. Ne è nata una conversazione ricca di spunti, che riporto integralmente.

kulturadimazza: anche perchè un manifesto non necessariamente deve invitare all'azione. un manifesto è spesso puro esercizio di stile fine a se stesso. La lezione di Tarantino è da leggersi come gesto romantico di ammissione d'un distacco dal contemporaneo. Volendo tutto il suo cinema è "altro" rispetto alla propria contemporaneità. Non atemporale ma sfasato, fuori tempo massimo.

Saletta Lumiere: a volte mi capita di pensare che nella musica si fa remix e campionamento, al cinema si fa "citazione" che insieme al vintage e al modernariato mi sembra costituiscano dei fattori correlati che parlano di una sorta di pausa di riflessione del nostro tempo. Una sorta di incapacità, non volontà di andare avanti. A questi fenomeni culturali assocerei quelli politici del rifiuto della tecnologia e rifugio nel passato e nella natura che mi sembrano ispirati ad una comune radice socio politica. Una sorta di decadenza dell'impero occidentale. Una cultura che si sta per addormentare e vive il suo splendido tramonto.

kulturadimazza: quel che dici a proposito delle similitudini fra cinema e musica per ciò che concerne il concetto di campionamento è talmente corretto che un teorico del calibro di Lev Manovich lo ha teorizzato nel suo "Il linguaggio dei nuovi media". Ontologicamente il cinema è seriale, in quanto composto da una successione di fotogrammi e si caratterizza per la variazione d'uno con l'altro. Oggi ad esempio i software per il montaggio video e per quello del suono tendono ad assomigliarsi dal pdv logico-sintattico.
Quel che dici in merito alla 'decadenza' potrebbe applicarsi pure alla pop-art, non trovi...
io penso che il cinema sia sempre innovativo perchè costantemente contemporaneo. Certo non parlo del cinema mainstream, raramente le case di produzione rischiano milioni di euro nella sperimentazione, ma parlo di tutta quella marea d'audiovisivo che incessantemente viene prodotta. La rete ne è piena, ed il termine cinema ha ancora davanti una lunga strada prima di vedere esaurito il suo potenziale semantico.
Non disperiamo... perchè è sempre di più quel che non abbiamo ancora visto... e con non vedremo mai!

Saletta Lumiere: i motivi di fiducia non mancano: dal cinema digitale a budget zero dei giovani cineasti cinesi (li' la tentazione di riproporre vecchie immagini non esiste), al cinema di ricerca e sperimentazione che esiste anche in occidente. Condivido l'estensione del concetto alla pop art che e' forse l'inziatrice di questa tendenza (o meglio, ne è disvelatrice).
Le tue interessanti parole mi stimolano anche un'altra riflessione sulla forma-cinema: oltre alla ripetizione interna al film esiste la molteplicità dei generi, delle tecniche, degli sguardi, dei film. E tutte insieme costituiscono ormai un moltitudine di immagini che per la sua ampiezza rende non visibile (perchè quantitativamente non fruibile nella sua interezza) la maggior parte della produzione. Questo non-visto rappresenta la frontiera irraggiungibile, rende il cinema un mare non totalmente conoscibile. Le nuove tecnologie (il digitale, internet, youtube, il peer-to-peer,...) ampliano le potenzialità. Anche se occorre osservare che è proprio nella gioventù occidentale il richiamo più forte alla ripetizione-riutilizzo-riciclo. La "decadenza" (simile a quella di cui parla verlaine in "languore") è occidentale non della forma-cinema e nemmeno planetaria.

kulturadimazza: La-le tradizioni sono tutte basate su citazioni, sono rituali basati sulla riproposizione (qui davvero seriale) dei medesimi elementi. Ogni pratica che si rifà alla “tradizione”, così come ogni cultura-arte-religione-etc., è eminentemente citazionista. Dunque non penso che esista una reale dialettica fra originalità e citazione. Credo esistano differenti gradi di richiamo ad elementi pre-esistenti. Il cinema di Tarantino ha la forza di sembrare citazionista sempre, anche quando non lo è. Come spettatori siamo portati a credere che nascosto dietro ad ogni segno vi sia una enciclopedia possibile di rimandi. Ma non sempre questo è vero.

Saletta Lumiere: quando dici che ogni cultura e' prevalentemente citazionista credo si debba intendere la parola "citazione" nel senso di uso/riuso di parole/stilemi/topoi che sono interiorizzati. La citazione cui io ho fatto riferimento nella recensione di grindhouse e' l'omaggio, il tributo nonche' rievocazione consapevole di qualcosa che e' in se' totalmente privo di significato (puro significante). Nella mia interpretazione di tale gesto di citazione non c'e' l'idea di un richiamo consapevole dell'autore ad un mondo di significati o teoremi. Non credo che Tarantino abbia elaborato un nuovo cinema; credo che la sua sia semplicemente un'operazione di richiamo al cinema materico e delle sensazioni "di pancia", di pura prassi, privo di ethos e che questo avvenga attraverso un richiamo agli anni '70 e al cinema di genere e di exploitation. Il significato ulteriore che io attribuisco al voler ritornare indietro, riusare materiale gia' prodotto e' una mia elaborazione, non lo ritengo un pensiero conscio di Tarantino. Per usare un esempio extra cinematografico: chi si rifiuta di avere i rigassificatori, la tav, i ponti, etc crede di lottare contro l'inquinamento, la difesa della natura, etc... in realta' e' l'esemplificazione del senso di fine della storia, l'incapacita' di immaginare una propra crescita industriale... e si finisce a infilare collanine (che sono anche graziose, e guai se non ci fossero, ma con le quali non si sfama il mondo).

klturadimazza: io dico: il cinema (in generale) si basa sulla sommatoria d'una serie di elementi. Ogni film non è altro che una costruzione fatta di tante cose differenti. Tarantino utilizza, per comporre questo insieme di elementi, segni pre-esistenti ai quali attribuisce un nuovo significato. Tutto il cinema contemporaneo è citazionista, ancor di più l'audiovisivo digitale di nuova generazione che utilizza il linguaggio cinematografico come unica lingua per poter essere compreso. La dialettica dell'immagine porta ad una grammatica che affonda le sue radici alle origini del cinema delle origini. Tarantino ri-valuta agli occhi dello spettatore contemporaneo un tipo di cinema (basso, di serie B o Z) che sarebbe sbagliato considerare come compiuto. L'exploitation è oggi punto di riferimento per gran parte del cinema low-budget contemporaneo, quanto meno dal punto di vista produttivo. Troupe ridotta all'osso, tempi strettissimi di riprese ed attitudine underground nella cura del suono e dell'immagine. Un cinema fatto con cuore e passione. Senza gli esercizi di stile delle avanguardie gran parte dell'arte moderna non avrebbe visto la luce. Per questo, cercando una specie di coerenza a questo lungo discorso, “Death Proof” è un esercizio di stile che afferma la matericità del cinema contrapposta alla latitanza del digitale. Ma la contrapposizione fra i due modi di produrre immagine in movimento non risiede nell'utilizzo delle citazioni, perchè da quelle nessuno ci può scappare. (di Freud, teorie comportamentali, Goffman e semiotica magari ne parliamo un'altra volta...). [in merito invece a ciò che dici a proposito della “fine della storia” non saprei proprio... faccio così fatica a capirci qualcosa del cinema, figuriamo della Storia e della vita......

Saletta Lumiere: credo che lo scambio fin qui avuto faccia emergere una divergenza di opinioni (quantomeno tassonomica) tra di noi. Io non credo che chiunque usi un'inquadratura soggettiva stia "citando" il primo regista/operatore che la scopri'. Come non credo che chi scriva terzine "citi" necessariamente Dante. Detto formalmente: l'uso del medesimo linguaggio e dei medesimi stilemi non costituisce citazione. Quando Tarantino usa una Dodge del '69 o monta a scatti la prima inquadratura di una scena invece, a mio parere, fa un vera citazione. Nel primo caso (la Dodge) lo dice esplicitamente nel diegetico (citando i nomi dei film in cui compariva), nel secondo caso e' palese nel filmico (tipici errori di montaggio degli anni '70). E non credo neppure che Tarantino usi (citi) cose gia' fatte ma con diverso senso. Credo, semplicemente, che Tarantino voglia provocare l'emozione di far rivedere qualcosa di gia' visto, creare un cortocircuito emozionale, una sorta di flashback nell'immaginario collettivo, riproponendo il medesimo senso originale. E in questo non c'e' niente di originale se non la sua ossessivita' nel farlo, il suo fare scuola e di essere in numerosa compagnia ultimamente.
Siamo poi noi che attribuiamo un metasenso a queste operazione di "revival", per es.: io ho detto che questa riproposizione assomiglia ad un declino culturale/sociale.
Non condivido che poiche' il linguaggio cinematografico e' dato allora tutti citano. Se questo fosse vero sarebbe del tutto corretto quel che tu dici: "tutta la cultura e' citazione". Ma allora non avrebbe senso dire: "questa e' una citazione" (essendo del tutto pleonastico). La citazione e' solitamente consapevole ed evitabile. Non puo' essere citazione cio' che inevitabile (p. es: usare le rime o la forma romanzo o la scrittura elettronica, piuttosto che i controcampi esterni, le panoramiche, lo zoom o un videocamera digitale). Da quanto detto dovrebbe risultare evidente che non credo che tutta la cultura sia citazione.

kulturadimazza: mi accorgo che in questo periodo mi attacco troppo alle parole. Da questo scambio ora mi chiamo fuori, però mi è piaciuto un casino.
cosa ne dici se prossimamente lo metto sul mio blog. Rientrerebbe in una serie di articoli extra al film di Tarantino. Cosa ne pensi?

Saletta Lumiere: nessun problema. Procedi pure alla pubblicazione sul tuo blog. Ha fatto piacere anche a me questo scambio. ciao


10 luglio 2007


culture pop (e viceversa) #75


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permalink | inviato da kulturadimazza il 10/7/2007 alle 20:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa


7 giugno 2007


Grindhouse - A prova di morte di Quantin Tarantino, 2007


Grindhouse – A prova di morte

Regia, sceneggiatura e fotografia: Quentin Tarantino. Interpreti: Kurt Russell, Rosario Dawson, Rose McGowan, Freddy Rodríguez, Quentin Tarantino, Michael Biehn, Josh Brolin, Stacy Ferguson, Naveen Andrews, Michael Parks, Eli Roth, Danny Trejo. Paese: USA. Durata: 116'

recensione:

Un mezzo a motore (benzina, cilindri e lamiera) che ti ossessiona d'un tratto l'esistenza mettendo a repentaglio la tua vita lo si è già visto parecchie volte al cinema (su tutte il bellissimo 'Duel'), questa volta la variabile è data dalla preda, un branco di donne. Il film è pieno di curve, ma la morte arriva sempre in rettilineo sfrecciando a 200 miglia all'ora. Corrono veloci pure i dialoghi, dentro alle auto (come l'apertura di 'Pulp Fiction') e seduti ad un tavolo (come ne 'Le Iene'), dopotutto è Tarantino, anzi un Tarantino all'ennesima potenza, quasi una caricatura di sé stesso. Dal film molti si aspettavano molto (il sottoscritto compreso) e molti si pronunciano delusi (nemmeno 'Jackie Brown' entusiasmò i più). Io non sono di quest'avviso, ritengo che il film sia ottimo, perchè perfetto nel suo genere di film figlio unico senza fratelli né sorelle. Parole, morti, alcool, cinema, donne e motori (che poi lo si sa, son gioie e dolori) sono la struttura portante dell'ultima architettura edificata da Tarantino. La genesi del film è complessa, complicata la distribuzione - causa insuccesso al box office d'oltreoceano. A me risulta che ad oggi negli Stati Uniti il film abbia incassato 25 milioni di dollari, a fronte di un costo di circa 100 milioni. Un disastro commerciale notevole, al quale si cerca di rimediare dividendolo in due distinte pellicole (quando vedremo il 'Planet Terror' di Rodiguez?). Rispetto alla versione distribuita negli States sono stati aggiunti una ventina di minuti. Ora è possibile vedere la lapdance di Vanessa Ferlito e le sequenze in bianco e nero che aprono la seconda parte dell'ultimo Tarantino.
Quentin si conferma quale regista e sceneggiatore post-moderno per eccellenza dissolvendo nel suo stile la funanbolica catena di citazioni che costellano la pellicola. Ogni suo lavoro contiene al suo interno una galassia di rimandi che se osservata con attenzione contiene perle capaci di risollevare l'apatia spettatoriale che può contagiare qualunque cinefilo stanco. Lasciarsi suggestionare dai suoi suggerimenti inseguendo pellicole oscure e dimenticate è una modalità di visione che il suo cinema offre ad ogni occhio, ad ogni cervello. L'amore per il cinema dimostrato da Tarantino commuove per follia e scapestrato entusiasmo, ed è dunque un gran peccato che il progetto 'Grindhouse' non sia stato accolto positivamente dal pubblico, perchè difficilmente potrà ancora capitare una produzione cinematografica che vorrà portarci al cinema a vedere "2 film al prezzo di 1!". Dopotutto andare al cinema costa... e qualche regista pare ancora ricordarselo. Viva il Cinema! Viva Quentin Tarantino!

EXTRA
Catalogo di risorse in stile DVD extra. Ampliare piuttosto che ridurre, perchè ogni analisi possibile è riduzione del potenziale di significazione della pellicola, ed è ora di prenderne definitivamente atto. L'extra n.1 è dedicato alle citazioni cinematografiche esplicite.

>>> Citazioni esplicite:
Il film di Quentin Tarantino cita esplicitamente tre pellicole di quel cinema americano degli anni 70 a cui fa riferimento il titolo 'Grindhouse'. Pellicole appartenenti al genere exploitation, puro entertainment fatto di sesso, violenza ed emozioni forti. Realizzato con pochi mezzi ma capace in alcuni casi di regalare perle di cinema.

PUNTO ZERO
Vanishing Point di Richard C. Sarafian, 1971

ZOZZA MARY, PAZZO GARY
Dirty Mary Crazy Larry di John Hough, 1974

ROLLERCAR SESSANTA SECONDI E VAI!
Gone in 60 Seconds di H.B. Halicki, 1974

PUNTO ZERO
Vanishing Point di Richard C. Sarafian, 1971

Recensione di Alberto Moravia
Un certo Kovalski, ex combattente decorato al valore militare, ex agente di polizia, ex corridore automobilistico, diventato hippy a tutti gli effetti, scommette con il suo fornitore di droga di percorrere in un certo numero di ore la distanza tra Denver in Colorado e San Francisco in California (a bordo di una Dodge Challenger elaborata del 1970. kdm note). Perché? Non c’è perché, è una sfida ai limiti naturali (del corpo e della macchina) e sociali (le norme stradali) in nome della più assoluta e anarchica delle libertà. Kovalski sale dunque sopra un’automobile di tipo commerciale ma con il motore truccato e si slancia nella sua corsa verso l’ovest sui rettifili interminabili e attraverso le steppe e i deserti del Colorado, del Nevada e della California. Naturalmente la polizia gli dà la caccia. Ben presto l’ansia di velocità di Kovalski e la volontà della polizia di far rispettare le norme del codice stradale, acquistano un significato simbolico. Alla trasformazione della gara di velocità tra polizia e Kovalski, in una lotta ideologica tra repressione e liberazione, contribuisce soprattutto un cantante cieco, negro, impiegato nell’ufficio telegrafico di una sperduta località del deserto, il quale interviene nelle trasmissioni radio con esaltazioni e incitamenti a Kovalski e irrisioni e biasimi alla polizia. Per il negro isolato nel suo villaggio e rinchiuso nella sua cecità, Kovalski è l’ultima incarnazione dell’individualismo americano, l’ultima personificazione della gloriosa e cavalleresca corsa dei pionieri verso l’ovest. Così attraverso i mass-media il nome di Kovalski diventa tutt’a un tratto popolare, riempie gli spazi con la radio, le testate dei giornali con i titoli. Intanto Kovalski continua a correre a perdifiato attraverso i deserti dell’America, “seminando” le motociclette e le automobili della polizia con le più spericolate acrobazie automobilistiche. Dopo avere fatto uscire di strada e rovesciare nel polverone molti degli inseguitori, Kovalski si getta nel deserto. Strano deserto degli anni settanta. Vi si aggirano falsi pellerossa drogati, banditi di strada, ragazze nude in motocicletta, cacciatori di serpenti, comunità hippy mistiche e promiscue. La polizia caccia invano Kovalski; imbestialiti i poliziotti se la prendono con il cantante cieco, invadono l’ufficio telegrafico, riempiono di botte l’esaltatore del corridore solitario. Ma l’avventura di Kovalski volge alla fine. Sembrerebbe che debba concludersi nella maniera tradizionale, con la celebrità e l’offerta di un grosso assegno da parte di una fabbrica di automobili. Cioè con l’integrazione del ribelle nella vorace società americana. Ma non è così. La corsa di Kovalski non è verso l’integrazione ma verso la morte. In California, Kovalski si uccide gettandosi di sua volontà contro lo sbarramento della polizia. Questo Punto zero di Richard Sarafian (di cui abbiamo recensito una settimana fa un altro notevole film Frammenti di paura) sta tra Easy Rider di cui riprende il motivo della corsa attraverso l’America e Zabriskie Point di cui sembra ripetere lo schema della lotta impari tra establishment e controcultura. Ma è superiore al primo per il virtuosismo tecnico della corsa e per la sensibilità paesaggistica. E regge il confronto con il secondo, sia perché Barry Newman nella parte di Kovalski è di tanto superiore a Mark Frechette, l’eroe di Antonioni; sia perché l’invenzione straordinaria del cantante cieco negro vale almeno quanto quella dell’amore nella Valle della Morte nel film del regista italiano. Ma Sarafian, come tutti gli artisti che portano a perfezionamento le scoperte altrui, mentre evita le sbavature proprie di ogni novità, sfiora pericolosamente la maniera, senza peraltro caderci, grazie anche alla sincera simpatia che anima il suo film. Punto zero d’altronde, appunto perché viene dopo Zabriskie Point, ne conferma la legittimità e l’acutezza. Punto zero contiene l’epicedio della cosiddetta generazione dei fiori, cioè del movimento hippy. Al contrario dei movimenti politico-sociali, la rivolta hippy si rivela in questo film fine a se stessa, ossia fatalmente portata all’autodistruzione. Forse per questo il suicidio di Kovalski, presentato come un’affermazione “positiva”, sembra meno convincente della conclusione atomica di Antonioni.
Alberto Moravia da Al cinema, Bompiani, Milano, 1975

ZOZZA MARY, PAZZO GARY
Dirty Mary Crazy Larry di John Hough, 1974

Regia: John Hough. Interpreti: Peter Fonda, Susan George, Adam Roarke, Kenneth Tobey, Eugene Daniels. Paese: USA. Anno: 1974. Durata: 93'.

Gary è un giovane corridore che non riesce a dimostrare le sue qualità di campione perché non iscritto a nessuna scuderia ufficiale e troppo povero per acquistare una automobile all'altezza. Per raggiungere velocemente lo scopo, egli si accorda con il suo fido e valido meccanico, Deke, e organizza una rapina mediante sequestro. Introdottosi di buon mattino nella casa del signor Goerge Stanton, direttore di un grande magazzino, Deke tiene in ostaggio la signora Stanton e la figlioletta; nel frattempo Gary si presenta al marito in ufficio e pretende l'incasso dietro minaccia di danni ai familiari. Il colpo riesce e i due banditi si mettono in fuga. Debbono, tuttavia, sopportare la compagnia di Mary, una ragazza svitata, già ladruncola di grandi magazzini e in libertà provvisoria. Sulle tracce dei fuggitivi si mette la polizia, guidata via radio dal cap. Franklin. L'avventurosa fuga, che provoca tra l'altro una ecatombe di macchine degli inseguitori, riuscirebbe se proprio all'ultimo momento i tre giovani banditi non finissero contro il locomotore di un treno e perissero nel rogo.

ROLLERCAR SESSANTA SECONDI E VAI!
Gone in 60 Seconds di H.B. Halicki, 1974

Regia: H.B. Halicki. Interpreti: George Cole, H.B. Halicki, Marion Busia, James McIntire. Paese: USA. Anno: 1974. Durata: 103'.

Negli Stati Uniti esiste una organizzazione agguerritissima per rubare auto di lusso, camuffarle velocemente e consegnarle ai loschi committenti. Camuffata dietro la facciata di agenzia per indagini e recuperi, l'organizzazione di Mandrian Pace obbedisce a leggi che si è autoimposta, come quella di non sottrarre mai macchine non assicurate per potere rispondere prontamente alle richieste delle compagnie assicuratrici. Un giorno, pressati da una rischiosa richiesta di molte auto lussuose, gli uomini di Pace s'impossessano di una "Mustang" ultimo tipo non assicurata. Pace, quando se ne avvede, procede a rimettere la macchina rubata al suo posto: ma viene intercettato dalla polizia. Ottimo e spericolato guidatore, egli si ingaggia in una fuga pazzesca che mette in scacco i mezzi impegnati dalle forze dell'ordine, semina panico e incidenti lungo le strade, e finisce coronata dal successo.

 

Approfondimenti:
Pressbook del film. URL
Intervista a Tarantino e Rodriguez (L'Espresso, 13 marzo 2007). URL
Grindhouse. SplatterContainer.com. URL
Sempre sia lodato Quentin, e Robert. Sistersuzie. URL

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