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kulturadimazza


RAPPORTO CONFIDENZIALE
rivista digitale di cultura cinematografica
NUMERO18 - ottobre 2009

gratuita, libera, indipendente
www.rapportoconfidenziale.org

 

«il talento fa quello che vuole, il genio quello che puo'. Del genio ho sempre avuto la mancanza di talento»
Carmelo Bene

kulturadimazza è

informazione sui tempi che

corrono e sul tempo che fugge

a cura di

Alessio Galbiati e Paola Catò

 

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CULTURE POP manifesto




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Rapporto Confidenziale
rivista digitale di cultura cinematografica
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23 marzo 2008


fine delle trasmissioni - http://kulturadimazza.wordpress.com


Dopo due anni si concludono le trasmissioni da questa piattaforma.
ci spostiamo qui
http://kulturadimazza.wordpress.com


kulturadimazza.ilcannocchiale.it
è vivo dal 5 febbraio 2006
ed è composto da 587 post


29 febbraio 2008


2 anni di kulturadimazza


kulturadimazza è vivo dal 5 febbraio 2006, ha ricevuto un po' di visite e contiene 581 post........................ci eravamo dimenticati di farci gli auguri.


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5 settembre 2007


culture pop (e viceversa) #79


Ponte stradale - Dubrovnik, Croazia.


31 agosto 2007


Com'è triste (dire che è triste) Venezia


Venezia chi? Venezia cosa?
Cosa accade a Venezia in questi giorni? Un gran parlare, un gran vociare, poi in fondo sempre le stesse cose, gli stessi vocaboli, le stesse facce, gli stessi vestiti e passerelle. Soldi pubblici resi privati, privati dalle tasche d'uno Stato delle cose terribilmente preoccupante. Un Festival cloonato, indistinguibile nel suo tappetto rosso, nella folla accreditata sempre più screditata dalla passione d'una passione sempre più senza alcun fine, sempre più fine unicamente a sè stessa. Film di denuncia ma di che? Tematiche sociali rese mondane. La breccia del Lido, firmata da Ferretti, è un buco (sopra l'acqua) provocato da una palla (di cannone). Una palla è forse l'immagine da salvare. Una palla perchè sempre uguale. Una palla perchè la storia d'una mostra d'Arte resa mercato, mercatino, mercato delle pulci, che illude ogni volta d'essere Unica e Originale, alta e Kulturale, altro non ci appare che kulturadimazza (lo capì per primo il Regime, che per un ventennio occupò il Paese, dissumulandosi fino ai giorni nostri). Una palla posta appena sopra il livello del mare, prossima alla cancellazione dall'innalzamento globale del livello dei mari. Una palla!


30 agosto 2007


culture pop (e viceversa) #78


eterno ritorno


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25 luglio 2007


Sì! il dibattito sì. Grindhouse – A prova di morte



Parlare con i film alla fine è cosa rara, troppo spesso li si racconta ma con meno frequenza con questi ci si confronta. Rischiando magari la figuraccia o la parola di troppo (rischio ovviamente concretizzato) mi sono lanciato in uno scambio di vedute pindariche con il blog Saletta Lumiere, che da tempo seguo con attenzione e del quale apprezzo principalmente l'ottimo uso della lingua e la rara capacità di concigliare la brevità con la profondità d'analisi. Per questo consiglio, a coloro che non avranno il coraggio di tuffarsi un questa particolare lettura, di frequentare il blog Saletta Lumiere.

Cinema da masticare
Grindhouse. A prova di morte di Quentin Tarantino

Recensione a cura di Saletta Lumiere [http://buio-in-sala.splinder.com//post/13106889]

Se fosse lecito paragonare un film ad un cibo, lo assocerei ad un bignè. Un cibo bellissimo da vedere, buono da mangiare, magnificamente inconsistente e con tante calorie, da non abusarne. Tarantino "sforna" l'ennesimo tributo al cinema di genere, questa volta volta una sorta di road movie, alla maniera stunt. Il tributo si arricchisce della pelle originaria, ovvero di tutti gli strumenti tecnici di ripresa, sviluppo e montaggio degli anni '70, ovvero degli anni che videro sorgere e svilupparsi in america quel genere cinematografico. Le immagini sono leggermente sgranate, con una definizione più bassa di quella odierna, nel montaggio vengono inserite le duplicazioni e i tagli dell'audio che derivavano da imperfezioni dei tagli e dei sincronismi audio/video. La pellicola è segnata da tagli, impurezze e sbalzi. L'impressione è davvero quella di trovarsi davanti ad un film usa degli anni '70, tanto che alla vista del primo telefono cellulare si resta stupiti dell'apparente anacronismo.

La trama del film è ridotta a pochissima cosa, puro e semplice pretesto che permetta lo svolgimento dell'azione che è l'unica cosa che sembra interessare a Tarantino. Il risultato è un film serrato, pieno di deja vu, remake e citazioni che rimettono in circolo una miriade di suggestioni dell'immaginario cinematografico dello spettatore. Ritornano gli inseguimenti dei polizieschi alla Starsky e Hutch e si sente l'eco di tante serie televisive americane che noi, come alcune giovani protagoniste del film, non abbiamo visto ma di cui non fatichiamo ad immaginare il genere.

I film di Tarantino sono buoni da mangiare con gli occhi, appunto come i bignè, sono anche manifesti programmatici che sfidano i cineasti a produrre un cinema sanguigno che faccia vibrare le sensazioni di pancia dello spettatore. Sono tributi alla memoria che rimettono in circolo le emozioni. Ma questo manifesto non delinea un quadro generale valido per tutta la cinematografia attuale, è solo una parte, molto dolce, ma anche molto piccola.


Interessato dalla recensione ho postato un mio commento. Ne è nata una conversazione ricca di spunti, che riporto integralmente.

kulturadimazza: anche perchè un manifesto non necessariamente deve invitare all'azione. un manifesto è spesso puro esercizio di stile fine a se stesso. La lezione di Tarantino è da leggersi come gesto romantico di ammissione d'un distacco dal contemporaneo. Volendo tutto il suo cinema è "altro" rispetto alla propria contemporaneità. Non atemporale ma sfasato, fuori tempo massimo.

Saletta Lumiere: a volte mi capita di pensare che nella musica si fa remix e campionamento, al cinema si fa "citazione" che insieme al vintage e al modernariato mi sembra costituiscano dei fattori correlati che parlano di una sorta di pausa di riflessione del nostro tempo. Una sorta di incapacità, non volontà di andare avanti. A questi fenomeni culturali assocerei quelli politici del rifiuto della tecnologia e rifugio nel passato e nella natura che mi sembrano ispirati ad una comune radice socio politica. Una sorta di decadenza dell'impero occidentale. Una cultura che si sta per addormentare e vive il suo splendido tramonto.

kulturadimazza: quel che dici a proposito delle similitudini fra cinema e musica per ciò che concerne il concetto di campionamento è talmente corretto che un teorico del calibro di Lev Manovich lo ha teorizzato nel suo "Il linguaggio dei nuovi media". Ontologicamente il cinema è seriale, in quanto composto da una successione di fotogrammi e si caratterizza per la variazione d'uno con l'altro. Oggi ad esempio i software per il montaggio video e per quello del suono tendono ad assomigliarsi dal pdv logico-sintattico.
Quel che dici in merito alla 'decadenza' potrebbe applicarsi pure alla pop-art, non trovi...
io penso che il cinema sia sempre innovativo perchè costantemente contemporaneo. Certo non parlo del cinema mainstream, raramente le case di produzione rischiano milioni di euro nella sperimentazione, ma parlo di tutta quella marea d'audiovisivo che incessantemente viene prodotta. La rete ne è piena, ed il termine cinema ha ancora davanti una lunga strada prima di vedere esaurito il suo potenziale semantico.
Non disperiamo... perchè è sempre di più quel che non abbiamo ancora visto... e con non vedremo mai!

Saletta Lumiere: i motivi di fiducia non mancano: dal cinema digitale a budget zero dei giovani cineasti cinesi (li' la tentazione di riproporre vecchie immagini non esiste), al cinema di ricerca e sperimentazione che esiste anche in occidente. Condivido l'estensione del concetto alla pop art che e' forse l'inziatrice di questa tendenza (o meglio, ne è disvelatrice).
Le tue interessanti parole mi stimolano anche un'altra riflessione sulla forma-cinema: oltre alla ripetizione interna al film esiste la molteplicità dei generi, delle tecniche, degli sguardi, dei film. E tutte insieme costituiscono ormai un moltitudine di immagini che per la sua ampiezza rende non visibile (perchè quantitativamente non fruibile nella sua interezza) la maggior parte della produzione. Questo non-visto rappresenta la frontiera irraggiungibile, rende il cinema un mare non totalmente conoscibile. Le nuove tecnologie (il digitale, internet, youtube, il peer-to-peer,...) ampliano le potenzialità. Anche se occorre osservare che è proprio nella gioventù occidentale il richiamo più forte alla ripetizione-riutilizzo-riciclo. La "decadenza" (simile a quella di cui parla verlaine in "languore") è occidentale non della forma-cinema e nemmeno planetaria.

kulturadimazza: La-le tradizioni sono tutte basate su citazioni, sono rituali basati sulla riproposizione (qui davvero seriale) dei medesimi elementi. Ogni pratica che si rifà alla “tradizione”, così come ogni cultura-arte-religione-etc., è eminentemente citazionista. Dunque non penso che esista una reale dialettica fra originalità e citazione. Credo esistano differenti gradi di richiamo ad elementi pre-esistenti. Il cinema di Tarantino ha la forza di sembrare citazionista sempre, anche quando non lo è. Come spettatori siamo portati a credere che nascosto dietro ad ogni segno vi sia una enciclopedia possibile di rimandi. Ma non sempre questo è vero.

Saletta Lumiere: quando dici che ogni cultura e' prevalentemente citazionista credo si debba intendere la parola "citazione" nel senso di uso/riuso di parole/stilemi/topoi che sono interiorizzati. La citazione cui io ho fatto riferimento nella recensione di grindhouse e' l'omaggio, il tributo nonche' rievocazione consapevole di qualcosa che e' in se' totalmente privo di significato (puro significante). Nella mia interpretazione di tale gesto di citazione non c'e' l'idea di un richiamo consapevole dell'autore ad un mondo di significati o teoremi. Non credo che Tarantino abbia elaborato un nuovo cinema; credo che la sua sia semplicemente un'operazione di richiamo al cinema materico e delle sensazioni "di pancia", di pura prassi, privo di ethos e che questo avvenga attraverso un richiamo agli anni '70 e al cinema di genere e di exploitation. Il significato ulteriore che io attribuisco al voler ritornare indietro, riusare materiale gia' prodotto e' una mia elaborazione, non lo ritengo un pensiero conscio di Tarantino. Per usare un esempio extra cinematografico: chi si rifiuta di avere i rigassificatori, la tav, i ponti, etc crede di lottare contro l'inquinamento, la difesa della natura, etc... in realta' e' l'esemplificazione del senso di fine della storia, l'incapacita' di immaginare una propra crescita industriale... e si finisce a infilare collanine (che sono anche graziose, e guai se non ci fossero, ma con le quali non si sfama il mondo).

klturadimazza: io dico: il cinema (in generale) si basa sulla sommatoria d'una serie di elementi. Ogni film non è altro che una costruzione fatta di tante cose differenti. Tarantino utilizza, per comporre questo insieme di elementi, segni pre-esistenti ai quali attribuisce un nuovo significato. Tutto il cinema contemporaneo è citazionista, ancor di più l'audiovisivo digitale di nuova generazione che utilizza il linguaggio cinematografico come unica lingua per poter essere compreso. La dialettica dell'immagine porta ad una grammatica che affonda le sue radici alle origini del cinema delle origini. Tarantino ri-valuta agli occhi dello spettatore contemporaneo un tipo di cinema (basso, di serie B o Z) che sarebbe sbagliato considerare come compiuto. L'exploitation è oggi punto di riferimento per gran parte del cinema low-budget contemporaneo, quanto meno dal punto di vista produttivo. Troupe ridotta all'osso, tempi strettissimi di riprese ed attitudine underground nella cura del suono e dell'immagine. Un cinema fatto con cuore e passione. Senza gli esercizi di stile delle avanguardie gran parte dell'arte moderna non avrebbe visto la luce. Per questo, cercando una specie di coerenza a questo lungo discorso, “Death Proof” è un esercizio di stile che afferma la matericità del cinema contrapposta alla latitanza del digitale. Ma la contrapposizione fra i due modi di produrre immagine in movimento non risiede nell'utilizzo delle citazioni, perchè da quelle nessuno ci può scappare. (di Freud, teorie comportamentali, Goffman e semiotica magari ne parliamo un'altra volta...). [in merito invece a ciò che dici a proposito della “fine della storia” non saprei proprio... faccio così fatica a capirci qualcosa del cinema, figuriamo della Storia e della vita......

Saletta Lumiere: credo che lo scambio fin qui avuto faccia emergere una divergenza di opinioni (quantomeno tassonomica) tra di noi. Io non credo che chiunque usi un'inquadratura soggettiva stia "citando" il primo regista/operatore che la scopri'. Come non credo che chi scriva terzine "citi" necessariamente Dante. Detto formalmente: l'uso del medesimo linguaggio e dei medesimi stilemi non costituisce citazione. Quando Tarantino usa una Dodge del '69 o monta a scatti la prima inquadratura di una scena invece, a mio parere, fa un vera citazione. Nel primo caso (la Dodge) lo dice esplicitamente nel diegetico (citando i nomi dei film in cui compariva), nel secondo caso e' palese nel filmico (tipici errori di montaggio degli anni '70). E non credo neppure che Tarantino usi (citi) cose gia' fatte ma con diverso senso. Credo, semplicemente, che Tarantino voglia provocare l'emozione di far rivedere qualcosa di gia' visto, creare un cortocircuito emozionale, una sorta di flashback nell'immaginario collettivo, riproponendo il medesimo senso originale. E in questo non c'e' niente di originale se non la sua ossessivita' nel farlo, il suo fare scuola e di essere in numerosa compagnia ultimamente.
Siamo poi noi che attribuiamo un metasenso a queste operazione di "revival", per es.: io ho detto che questa riproposizione assomiglia ad un declino culturale/sociale.
Non condivido che poiche' il linguaggio cinematografico e' dato allora tutti citano. Se questo fosse vero sarebbe del tutto corretto quel che tu dici: "tutta la cultura e' citazione". Ma allora non avrebbe senso dire: "questa e' una citazione" (essendo del tutto pleonastico). La citazione e' solitamente consapevole ed evitabile. Non puo' essere citazione cio' che inevitabile (p. es: usare le rime o la forma romanzo o la scrittura elettronica, piuttosto che i controcampi esterni, le panoramiche, lo zoom o un videocamera digitale). Da quanto detto dovrebbe risultare evidente che non credo che tutta la cultura sia citazione.

kulturadimazza: mi accorgo che in questo periodo mi attacco troppo alle parole. Da questo scambio ora mi chiamo fuori, però mi è piaciuto un casino.
cosa ne dici se prossimamente lo metto sul mio blog. Rientrerebbe in una serie di articoli extra al film di Tarantino. Cosa ne pensi?

Saletta Lumiere: nessun problema. Procedi pure alla pubblicazione sul tuo blog. Ha fatto piacere anche a me questo scambio. ciao

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