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12 febbraio 2007
INLAND EMPIRE di David Lynch

INLAND EMPIRE – L'impero della mente Regia, soggetto, sceneggiatura e montaggio: David Lynch; Fotografia: David Lynch, Erik Crary, Odd Geir Saether, Ole Johan Roska; Montaggio: David Lynch; Musiche: Angelo Badalamenti; Scenografia: Melanie Rein; Costumi: Karen Baird, Heidi Bivens; Interpreti: Laura Dern, Jeremy Irons, Harry Dean Stanton, Justin Theroux, Diane Ladd, Julia Ormond, William H. Macy; Produzione: INLAND EMPIRE productions- David Lynch, Mary Sweeney; Distribuzione: BIM; Nazionalità ed anno: USA/Polonia/Francia, 2006; Durata: 168'; Data di uscita: 09/02/2007; Titolo originale: INLAND EMPIRE. Sito ufficiale Sito italiano La storia di un mistero... il mistero di un mondo all'interno di altri mondi... che si svela intorno a una donna... una donna innamorata e in pericolo. Oh sinnerman, where you gonna run to Sinnerman, where you gonna run to Where you gunna run to All on that day (Nina Simone – Sinnerman) Con INLAND EMPIRE ci troviamo dalle parti di Mullholland Drive (2001) e Lost Highway (Strade perdute, 1997) ma con la provocatoria vena avanguardista dell'esordio (Eraserhead, 1977). INLAND EMPIRE è una caleidoscopica collezione di immagini legate fra loro alla maniera degli elementi che compongono un sogno (come pure degli incubi). Sogni, incubi, psiche, mente... l'oggetto non è definibile ma collocabile: inland, all'interno. Ma di cosa? Il distributore italiano al solito si intromette gettando luce su d'un titolo completamente oscuro (letteralmente oscuro se si pensa ai titoli di testa dove dal nero assoluto del quadro emerge la scritta INLAND EMPIRE illuminata da un esile fascio di luce); “L'impero della mente” è una didascalia che vuole instradare lo spettatore su d'una via interpretativa perturbante ma rassicurante. Inland di cosa? Della “mente” è davvero la risposta più rassicurante alla quale possiamo giungere... Per comprendere l'oggetto in questione, o quanto meno per provare a smontare un qualcosa che somiglia alle costruzioni impossibili di Escher, prendiamo in esame un elemento isolato del corpo (autopsia critica) e compiamo una piccola analisi attorno ad esso. I TITOLI DI CODA sembrano quasi un elemento estraneo al film perchè riaffiorano da una dissolvenza a nero piuttosto lunga che sembra dare l'impressione che il film sia forse già finito. Questo pone una soglia fra questa sequenza ed il resto del film. Laura Dern è seduta sul divano evocato a mò di profezia all'inizio del film, insieme all'inquietante donna che (sempre) all'inizio della storia la mette in guardia su quel che si cela nel suo futuro. Un gruppo di ragazze balla ed una di loro canta in playback la canzone di Nina Simone intitolata “Sinnerman” (peccatore). Nella stanza è come se ci fossero tutti i personaggi dei film di Lynch, c'è addirittura l'attrice Laura Harring (Rita in Mullholland Drive) che sorride a noi poveri spettatori come se niente fosse. Un luogo simile, assoluto e atemporale, era la loggia (quella coi drappi rossi alle pareti, il pavimento a quadri bianchi e neri e con il nano che parlava al contrario come sindaco) della serie tv Twin Peaks replicata in Twin Peaks – Fuoco cammina con me, luogo terribile e sublime entro il quale aveva accesso il solo tenente Cooper che grazie alla pratica della meditazione trascendentale era in grado di comunicare con forze ultra-terrene (su questo, in relazione alla funzione deviante, perchè rassicurante, della didascalia voluta dal distributore tornerò in seguito). Profusione di luci intermittenti, sincronizzazione audio-visiva perfetta. Il playback nel cinema di David Lynch è una struttura ricorrente, marca autoriale che corre sottotraccia in tutta la sua filmografia e che qui addirittura chiude la più geroglifica delle sue regie. Non è un dettaglio di poco conto perchè il playback nel cinema di Lynch coincide con sequenze di sospensione temporale dove la comprensione delle trame interne al film riesce ad emergere in maniera assai chiara. Lampi di cinema a fortissimo gradiente semantico, assonanze di senso capaci di premiare lo spettatore rapito dalle montagne russe della comprensione d'un testo sfuggente. Penso alla sequenza del Club Silencio in Mullholland Drive, alla meravigliosa conclusione di Wild at Heart in cui Nicolas Cage canta tutto il suo amore (Love Me Tender) ad una follemente innamorata Laura Dern, alle antologiche sequenze contenute in Velluto Blu che vedono una Rossellini di blu velluto vestita cantare la canzone che da il titolo al film e sopratutto uno strepitoso Dean Stockwell mettere in scena, con una lampada da meccanico puntata in faccia, In Dream di Roy Orbison (in ambito non cinematografico è d'obbligo ricordare l'esistenza della registrazione video dello spettacolo Industrial Symphony no.1, interamente costruito attorno alla pratica del playback). Cosa rivela questa beffarda conclusione all'interno della quale come in un carnevale tutte le maschere apparse nel sogno ad occhi aperti che per quasi tre ore ci è passato davanti agli occhi si affollano in una inquadratura troppo piccola per accogliere le soluzioni di tutte le nostre domande? Il playback in David Lynch rivela che ciò che si sta vivendo è, in realtà, un'illusione (qui addirittura corrono sopra le immagini, al centro dell'inquadratura, i credits!!!). E' in primis un atto di conoscenza e poi di consapevolezza messo a disposizione da un autore illusionista, che con un tipico colpo magrittiano ci racconta che la pipa che stiamo vedendo non è in realtà una pipa. Dunque questo segmento conclusivo è un semplice divertissement: semplice disvelamento d'un film che è un film su di un film? Credo di no e questo è fondamentalmente riscontrabile nella scelta musicale intrapresa.
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