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25 maggio 2007


La città proibita di Zhang Yimou, 2006


Se proprio non avete niente di meglio da fare vi consiglio di andare a vedere l'ultimo film di Zhang Yimou, intitolato LA CITTA' PROIBITA, da oggi è nelle sale italiane.

L’ultimo film del cineasta cinese Zhang Yimou (“Lanterne rosse”, “Hero”, “La foresta dei pugnali volanti”) è un barocco esercizio di stile che entusiasma ed ammalia soprattutto l’occhio. Oro e sangue. Magnificenza e meschinità.
Un antico detto cinese riassume la trama della pellicola meglio di molte parole: “Oro e giada all’esterno, marciume e decadenza all’interno”.

Siamo nella Cina del decimo secolo, ai tempi della tarda Dinastia Tang, un’epoca brevissima di soli tredici anni caratterizzata da intrighi di Corte e disordini, un periodo che disgrega l’unità territoriale del paese asiatico e che vede la fioritura di un gran numero di regni in guerra fra loro, un’epoca durante la quale la Cina fu vulnerabile agli attacchi dei paesi confinanti.

La città proibita è un luogo storico di importanza fondamentale per la Cina, fu il Palazzo Imperiale delle Dinastie Ming e Qing, si trova nel centro di Pechino, si estende su di una superficie di 720 mila metri quadrati e consiste di 800 edifici, divisi in 8.886 stanze: nel film questa smisurata grandezza è fedelmente riportata o addirittura amplificata da scelte registiche che fanno affidamento su di una produzione da kolossal.

Alla vigilia delle festività del Chong Yang un numero smisurato di crisantemi dorati inonda il Palazzo Imperiale, all’interno del quale fanno inaspettatamente ritorno l’Imperatore (Chow Yun Fat) ed il figlio secondogenito Principe Jai (Jay Chou). L’Imperatore, ufficialmente tornato per celebrare insieme alla famiglia le festività, tradisce le proprie intenzioni dimostrandosi verso la sofferente imperatrice (interpretata dall’icona made in China Gong Li) freddo ed autoritario. Mentre fervono i preparativi della celebrazione rituale nella Corte Imperiale, crescono i veleni e le congiure: in un’escalation di pugnalate alle spalle monta una vera e propria faida familiare totalmente folle e crudele, dimentica d’ogni morale, accecata dalla sete di vendetta e potere.

Il punto di forza dell’ultima fatica del regista cinese Yimou è la complessa articolazione della composizione visiva offerta agli occhi dello spettatore. Tutto è magnificente ed il color oro riveste ogni superficie, senza soluzione di continuità e senza risparmio alcuno. Gli incredibili abiti ornamentali sfoggiati dalla famiglia imperiale (realizzati sotto la supervisione dal costumista Yee Chung Man) sono la quintessenza dello sfarzo e del barocchismo dell’intera operazione yimouniana, perchè realizzati appositamente per la pellicola da un team di quaranta artigiani in più di due mesi di certosina lavorazione sartoriale. Complessa composizione visiva che si avvale, come per i precedenti “Hero” (2003) e “La foresta dei pugnali volanti” (2004), di parecchie scene d’azione coreografate in collaborazione con il solidale Ching Siu-Tong e che raggiungono il culmine nella sbalorditiva sequenza della battaglia, durante la quale migliaia di guerrieri in armatura dorata danno l’assalto al Palazzo Imperiale, difeso da una ancor più numerosa schiera di soldati, bardati da corazze d’un grigio fosco tendente al cupo.

Questi i punti di forza, ma è importante altresì segnalare lo zoppicare della trama, che appare in alcuni momenti troppo esile e sfilacciata di fronte agli intrighi di Corte, sfiorando la parossistica concatenazione di colpi di scena tipica delle telenovelas sudamericane. Nel complesso il film del prossimo Presidente di Giuria della Mostra del Cinema di Venezia è una visione da non lasciarsi sfuggire, soprattutto perchè in grado di esprimersi al meglio proprio attraverso la visione in sala, che sarà possibile a partire da venerdì 25 maggio.

L'articolo è pubblicato su La Voce d'Italia del 24 maggio 2007




permalink | inviato da il 25/5/2007 alle 20:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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