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27 aprile 2006


Match Point


A me 'Match Point' di Woody Allen è piaciuto. Mi è piaciuto essenzialmente perché è un film lineare, classico direi per lo sviluppo della storia, per l’evoluzione dei personaggi. Questa (non) recensione arriva in ritardo di qualche mese rispetto all’uscita del film nelle sale, problema assolutamente trascurabile per un qualsiasi altro regista non per uno che sforna pellicole con la media di una all’anno e che stà già realizzando il prossimo dal titolo (provvisorio) ‘Scoop’ ancora ambientato a Londra ed ancora con Scarlett Johansonn.
Di seguito, alla rinfusa, una serie di note sul film:
a. La vicenda raccontata da Allen in questo suo ultimo film è assai simile al precedente ‘Crimini e misfatti’ del 1989, lo è per ciò che concerne il tema e la trama, differisce drasticamente dal precedente per la struttura. La linearità accennata in precedenza si contrappone alla frantumazione dello spazio-tempo, all’orchestrazione dei differenti punti di vista di quell’intricata storia che è ‘Crimini e misfatti’. Là l’omicidio condannava il suo esecutore a scontarne la colpa sulla scena per attuare quel principio cardine della Tragedia che vuole che il protagonista patisca per le sue colpe così da potersi redimere per giungere mondato alla conclusione, in ‘Match Point’ invece Chris Wilton si giova della Fortuna, l’anello ritrovato fra gli averi d’un plausibile assassino lo scampa da ogni possibile condanna facendolo giungere all’happy end senza alcuna redenzione. In questo scarto e fra le differenze rintracciabili fra questi due elementi della serie cinematografica alleniana è possibile rinvenire interessanti dati sull’evoluzione della cifra autoriale del regista newyorkese. Non più Tragedia e non più Commedia, nel cinema di Woody Allen sembra prender corpo ormai un’indistinta osmosi fra le due, dove pure il Senso pare perdere centralità cedendo di fronte al Fato o alla Fortuna d’un match point giocato ad occhi chiusi.
b. "Sbaglierebbe anche chi dicesse che gli ultimi Allen sono uno peggio dell’altro. Semplicemente, non sono". (Vincenzo Buccheri a proposito di ‘Melinda e Melinda’ sul numero 132 di Segnocinema) Qui invece parliamo delle critiche che il film ha ricevuto, del vociare dei critici davanti ad opere che non convincono perché non evidenti capolavori. Quello che spaventa in film come questo è la scomparsa della marca autoriale. Nel momento in cui, il regista con nome e cognome conosciuti, latita nel ricoprire il corpo filmico dei suoi segni primari di riconoscibilità stilistica, la critica si solleva e punta l’indice indignata per l’assenza di quel talento (altro tema del film) che dovrebbe esser immediatamente riconosciuto, magari già dalla prima occhiata. È come se ogni anno deludesse le aspettative. In questa direzione di ragionamento mi è dispiaciuto in ‘Match Point’ veder giocare il regista con i ponti alla maniera di ‘Manhattan’, ma non l’ho gradito proprio perchè stavo amando il film senza ricordarmi chi ne fosse il regista, quel gioco citazionista ha rotto per un poco la magia del film (il film al centro d’ogni analisi!). Le critiche agli ultimi suoi film appaiono sempre irritate davanti alla compattezza dei film stessi.
c. ‘Crimini e misfatti’, 1989, interprete principale Martin Landau. ‘Match Point’, 2006, interprete principale Jonathan Rhys Meyers. Proviamo per un attimo a ridurre il problema a questo semplice dato ricavato dai titoli di testa. Due fisicità rivolte essenzialmente a due pubblici diversi, se si parlasse di target sarebbe bestemmia? Ho amato molto la scelta dei volti compiuta da Allen per la realizzazione del film. Soprattutto i ruoli di attori non protagonisti sono una bella galleria di volti britannici. Lo Spud di Trainspotting (prolifico attore inglese che classe ’71 vede già al suo attivo una cinquantina di pellicole) alias Ewen Bremner qui interpreta l’ispettore Dowd che in coppia col detective Banner (alias Jemes Nesbitt celebre in UK per la serie tv Muphy’s Low) danno vita ad un ennesimo esempio di coppia di poliziotti/investigatori che ormai assurge a vero e proprio archetipo cinematografico (farne un catalogo sarebbe forse impossibile data l’elevata frequenza d’apparizione di questa figura retorica).
d. Chris Wilton spaventa, atterrisce perché utilizza la normalità di una vita rispettabilmente alto-borghese come scudo dinnanzi alla possibile ricerca d’un movente fra i suoi comportamenti. L’interrogatorio/colloquio che intrattiene con la coppia di agenti è un ottima sequenza cinematografica, ottimamente realizzata in fase di sceneggiatura. Le domande poste riescono a scalfire soltanto la messa in scena del giovane ereditiero (o sarebbe più corretto parlare d’un pirata di status sociale?) che vacilla senza cedere proprio perché i due investigatori non osano metter tempesta nell’idilliaco quadro borghese da lui tratteggiato. Sono un adultero non lo nego, ma questo non basta a far di me un assassino... In fondo, azzardando parecchio è possibile ravveder in questa sua linea difensiva alcune analogie con il film di Petri ‘Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto’. Già il titolo potrebbe bastare. Chris organizza un omicidio attraverso lo spargimento di indizi che possano far ricadere la colpevolezza su di un assassino lontanissimo dal suo profilo. Un tossicomane disperatamente alla ricerca di poche sterline, pronto a tutto pur di ottenerle (uccidere l’anziana signora) e disposto a tutto pur di farla franca (uccidere un innocente passante sul pianerottolo). La Fortuna certo è stata dalla sua perché altrimenti gli investigatori, attraverso un lynchiano sogno premonitore (penso ai sogni dell’agente Dale Cooper nella seria Twin Peaks), lo avrebbero incastrato individuando il movente d’un omidicio proprio nella sua difesa della normalità alto-borghese conquistata.




permalink | inviato da il 27/4/2006 alle 9:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
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