|
RAPPORTO CONFIDENZIALE
rivista digitale di cultura cinematografica
NUMERO18
- ottobre 2009
gratuita, libera, indipendente
www.rapportoconfidenziale.org
«il talento fa quello che vuole, il genio quello che puo'. Del genio ho sempre avuto la mancanza di talento»
Carmelo Bene
kulturadimazza
è
informazione sui tempi che
corrono e sul tempo che fugge
a cura di
Alessio Galbiati
e
Paola Catò
Optimized for Mozilla Firefox
Content on this blog is licensed under a
CULTURE POP
manifesto
* * *

Rapporto Confidenziale
rivista digitale di cultura cinematografica
www.rapportoconfidenziale.org
|
|
|
|
|
|
|
|
|
27 aprile 2006
Femme Fatale

Femme Fatale, Brian_De_Palma, 2002.La risoluzione sta nel sogno e nel deja vu.Soluzione ambivalente a rischio di fraintendimento.-fraintendimento-Da una parte può sembrare una scelta dettata da problemi irrisolti, nati in sede di sceneggiatura / scenario. Ricorso all’uso del deus ex machina calato nei sogni di una bionda fuggiasca.L’altra possibile interpretazione (che accetta ma scavalca la prima) potrebbe essere di natura prettamente filosofica (?), indagare lo spazio e il tempo dei destini del fato.La donna fatale sarà dunque non una bella donna della quale ci si può immediatamente innamorare (così nella “realtà” del finale, nell’incontro di sguardi turbati fra i due), ma donna del destino, indovina - preveggente….. dalla rivelazione tarantiniana (il ricordo corre alla folgorazione del sicario mancato da una scarica di proiettili esplosi a brucia pelo). Anch’essa immediatamente metabolizza la rivelazione esterna piovuta su lei. Il futuro è passato davanti ai nostri occhi/nella sua mente e l’ha illuminata, sulle decisioni da prendere, dalle tenebre del suo futuro/presente complicato. Ma il futuro nonostante la preveggenza ritorna e ancora può essere dominato col caso, inaspettato, imprevedibile come il raggio di sole.Il fraintendimento è ovviamente attivato dalla non accettazione da parte dello spettatore della soluzione onirica. Questa figura retorica di costruzione del racconto, ampiamente utilizzata e analizzata dalle/nelle più diverse culture se non sorretta da una comune visione del mondo fa cadere l’implicito contratto della visione spettatoriale di appagamento delle facoltà emozionali intellettive attivate dalla visione/ricezione. Insomma il commento di un tal genere di spettatore sarebbe del tipo: non mi si può raccontare una storia che sta insieme solo perché abbiamo voglia che stia insieme.Ma è legittimo un tal comportamento?Ometto di dire che tutto è legittimo, in assoluto.E’ legittimo in fase di analisi?Assolutamente poco è legittimo in fase di analisi.-mondarsi dalle bugie-Prima di addentrarmi in territori, da me, poco esplorati, è meglio compiere il passo preliminare imprescindibile, nella mia visione del mondo, di ogni possibile analisi: mondarmi di ogni bugia.Cosa ricordo delle sensazioni provate in me dal film durante la visione, cosa ha toccato dentro me, quali interferenze/rumore si sono/è frapposte nella mia attività di spettatore ?Queste le domande che già ponendo la questione del fraintendimento, si sono sbarrate sulla mia strada.La prima sensazione che definirei globale, avuta poco dopo la conclusione del film è stata di vera e propria gioia. Ricordo che quello era il periodo della mia prima vera indigestione filmica, dovuta ad una eccessiva visione di film; non riuscivo più a stupirmi, trovavo molte pellicole banali e stanche (probabilmente era come io mi percepivo). Poi la gioia nel perdermi in una trama piuttosto assurda che capivo ma non fino in fondo nella quale mi perdevo e mi ritrovavo e mi riperdevo. Come faccio spesso correvo ad ogni sequenza con la testa a tutti gli altri pezzi del mosaico cercando anche di preconizzare il futuro filmico (magicamente creato davanti ai nostri occhi ogni volta che abbiamo la fortuna di vedere qualcosa di nuovo inedito mai visto non per gli altri ma per i nostri occhi). Disorientato, hitchochianamente colto da vertigini. Simbolo di questa sensazione piacevole e rassicurante come un bagno caldo (dello stesso tipo fatto dalla bionda protagonista entro la quale sprofonderà nel futuro) sono le fotografie catturate nel film dal freelance Banderas della piazza parigina sulla quale si affaccia il balcone del suo appartamento. Tanti pezzi, un mosaico, per costruire un labirinto di spazio, tempo e luce non poi tanto diverso dalla realtà che tutti ci avvolge. Incantato da quel gioco che lontanamente (davvero poi così tanto) mi ricorda la nascita della fotografia, l’esperienza vissuta dai borghesi parigini di fine ottocento della dagherrotipia effettuata mediante l’appostamento sulla propria finestra di casa o meglio ancora sul proprio borghesissimo balconcino dell’apparecchiatura capace prodigiosamente di catturare tutta la realtà posta di fronte a lei. L’approfondimento della questione della visione, della cattura del reale è qui riletto da De Palma in un’ottica problematicizzante, pare si interroghi sull’impossibilità di cogliere le forme astratte dalle spazio e dal tempo e soprattutto dalla luce. Se vogliamo poi il film è proprio qui, tre dimensioni trascese da una quarta che il sogno. Le tre dimensioni sono: lo spazio (parigi, la piazza, l’albergo, il biliardo), il tempo (sette anni, le tre e trentasette?, gli anni di galera, il passato, il futuro), la luce (nella scena finale e cruciale il fotografo del matrimonio aspetta la luce giusta, proprio questo bagliore, che poi vedremo anche nel mosaico fotografico finale, sarà decisivo sotto forma di fato/caso, se vogliamo poi anche la sua negazione pensiamo all’oscurità attraverso la quale riuscirà a scappare dal festival di cannes, ma ancora i lampi abbaglianti che ancora introducono i momenti di svolta del destino).Il film come Prègenerique, ridondanza manieristica.Ancora (sof)fermo e lento sull’immagine.Attorno alla pellicola (che nemmeno possiedo rimirandola in formato DivX) si svolge la vita (reale) scorrendo nel tempo della storia in un doppio movimento rettilineo ed allo stesso luogo a spirale ripiegato su se stesso, che questa dinamica (davvero poi così dialettica?) possa dirsi egualmente per il film in questione (………..sotteso alintendendo un datato, ma non per questo obsoleto, allunaggio su/in Femme Fatale mosso da una visione autoriale del cinema di De Palma………………) non è fatto casuale.Non le è per due ordini di ragioni, la prima da carpire entro quell’insieme di caratteristiche che ci permettono di renderci consapevoli di essere spettatori di un’opera autoriale ma ancor prima di permetterci di riconoscere la mano (l’occhio) di De Palma,- cosa ci permette di riconscere un film di Brian De Palma? La catteristica dei suoi film risiede a mio avviso nell’autoreferenzialità esasperata, forza sia centripeta che centrifuga, dall’esterno verso l’interno ma anche dall’interno verso l’esterno. Equilibrismo postmoderno, postmoderno e basta!
Femme Fatale
Brian De Palma
| inviato da il 27/4/2006 alle 21:57 | |
|
|
|
|