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RAPPORTO CONFIDENZIALE
rivista digitale di cultura cinematografica
NUMERO18 - ottobre 2009

gratuita, libera, indipendente
www.rapportoconfidenziale.org

 

«il talento fa quello che vuole, il genio quello che puo'. Del genio ho sempre avuto la mancanza di talento»
Carmelo Bene

kulturadimazza è

informazione sui tempi che

corrono e sul tempo che fugge

a cura di

Alessio Galbiati e Paola Catò

 

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CULTURE POP manifesto




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Rapporto Confidenziale
rivista digitale di cultura cinematografica
www.rapportoconfidenziale.org


31 ottobre 2007


DJCINEMA vjset


Questa sera siamo quì. In compagnia di Cl.audio, Loris e St&p... faremo visual, ovvero viggeing, ovvero faremo girare un pò di immagini. La location mi è ignota, cosa fare altrettanto...
Il nome con il quale ci firmiamo è DJCINEMA anche se ilcanediPavlov! prende sempre più quota... vedremo.

questo il concept.

vjing MANIFESTO >>> L’idea di iniziare a fare vjing nasce fondamentalmente per gioco o, se si preferisce, da un’attitudine. Nulla di particolarmente complesso o dotato d’un qualche tipo di talento. «Il talento fa quello che vuole, il genio quello che può. Del genio ho sempre avuto la mancanza di talento». La voglia che ci ha mosso è quella di creare tappeti visivi in costante movimento intessuti di interminabili sequenze di frame (senza distinzione fra immagine statica ed immagine in movimento) che incessantemente si montano (dal termine cinematografico ‘montaggio’) fra loro, generando flussi di senso. Sequenze filmiche, composizioni di frame, immagini d’affezione, scatti rubati, lampi di colore, interi film, videoclip, cortometraggi e documentari… Da una libreria infinita di elementi eterogenei peschiamo percorsi di senso, improvvisando ciò che uno spettatore contiene in sé con precisione scientifica. Velocità e ripetizione sono le regole del nostro gioco visivo, gli estremi da fare dialogare, per sfuggire all’inutilità dei virtuosismi tecnici fini a se stessi (svuotati d’ogni senso).

I vj-set DJCINEMA intendono illustrare agli occhi ciò che vogliamo dire affermando che DJCULTURE + CINEMA = DJCINEMA. Vj-set tautologici, interni al progetto complessivo di esplorazione del rapporto interdisciplinare oggetto della nostra attenzione.




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30 ottobre 2007


Il mio Ferreri, genio anarchico al quale devo tutto (di Francesca Dellera)


Il mio Ferreri, genio anarchico al quale devo tutto
di Francesca Dellera (Il Messaggero, 23/10/07)

Il MIO Ferreri. Un genio libero e anarchico, un regista al quale devo tutto. Lo ricordo con tenerezza e rimpianto. Mi mancano la sua intelligenza fuori dal comune e la sua amicizia. Parlavo poco, Marco, ma diceva solo cose giuste. Con lui non c'era bisogno di molte parole, perché ti capiva al volo. Ed è stato uno dei pochi registi ad amare veramente le donne: lo dimostrano i suoi film, quasi sempre costruiti intorno a una protagonista femminile.
Le sue storie nascevano da un'emozione, una visione, un'immagine. Le donne avevano il potere di ispirarlo. Mi raccontava di aver scritto La carne, il film che girai con lui nel '90, dopo avermi vista passare per strada nel centro di Roma. Non ci eravamo mai parlati, lui andò dalla mia agente e disse: se non c'è lei, non giro il film. Naturalmente accettai e cominciò così un periodo magico e indimenticabile fatto di pomeriggi passati a casa mia. Ferreri veniva con Liliana Betti per scrivere la sceneggiatura. Mi ascoltava parlare, mi guardava vivere. E piano piano, tra scherzi e risate, confessioni e merende, nasceva il personaggio di Francesca. Una ragazza libera e ribelle, inafferrabile e indipendente. Una che viveva con la borsa gonfia di soldi per poter fuggire in qualsiasi minuto... Un personaggio che mi somigliava in tutto e per tutto e che nel film pronuncia battute rubate alla mia storia, al mio modo di parlare. Come quella che rivolge a Sergio Castellitto dopo una notte di passione. «Ora che ti vedo bene con gli occhiali, sei un mostro, e pensare che io ho avuto solo uomini bellissimi». Ferreri era orgogliosissimo di La carne, che andò a Cannes in concorso. Una volta, a Parigi, mi annunciò che avrebbe voluto dirigere Christophe Lambert e me nel ruolo di due fratelli incestuosi. Sosteneva che ci somigliavamo: stessi occhi azzurri, entrambi miopi e vaghi... Quel film, io l'avrei fatto senza esitazioni. Ma non c'è stato tempo. Non mi resta che ricordare Ferreri, genio senza pregiudizi, con affetto e riconoscenza.


29 ottobre 2007


culture pop (e viceversa) #84


sfogo. Sembra quasi che il Paese sia piombato negli anni cinquanta (o nel ventennio?*). Ogni forma d'espressione (davvero libera) è posta fuori legge, gli ottuagenari non mollano la presa e continuano a plasmare l'esistente a loro immagine e somiglianza. Tunnel dal quale non è chiaro come evadere, cubo di rubik la cui soluzione non può essere unicamente l'esilio. Fuga di cervelli è una bella formula che esenta tutti dalla reale drammaticità della contingenza.

* Continuiamo ad incrociare persone che mormorano attorno a noi d'un agognato ritorno al Fascismo; capita pure a voi?


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26 ottobre 2007


Western, o dell'eterno ritorno.


The Great Train Robbery - Edison Manufacting Company - riprese di Edwin S. Porter, 1903

western. ovvero l'epica del cinema torna alla carica (forse) sui nostri schermi. Necessariamente il ritorno è eterno, a più riprese nelle sale son comparsi questo GENERE di film. Degenere perchè comunque la si voglia pensare non sono certo due cavalli e due pistole a fare un genere cinematografico. Forse sarebbe il caso di parlare di film in costume, carnevalate appunto che per quanto perfette risultano sempre caricaturali. Tirano in ballo cose altre da sé fosse anche un'estetica, fosse anche una semplice consonanza di location. Marco Giusti si dichiara entusiasta, ce lo comunica dalle colonne del manifesto, ma il giudizio di certo non vale perché il critico è pre-venuto, nel senso che forse non aspettava altro che un film sopra al quale riportare il verbo già speso per l'ultima rassegna veneziana (guarda a caso dedicato allo spaghetti western. western, appunto). Insomma il film può piacere se ti piace il genere, altrimenti la sensazione è quella di un deja vu, remake ontologico perché ogni nuova messa in scena d'un qualcosa di consueto basa la sua plausibilità sulla comune accettazione d'un certo numero di codici condivisi.

«Quando un uomo con la pistola incontra un uomo con il fucile, l'uomo con la pistola è un uomo morto».
Ma sarà poi vero?

Insomma il western è cinema allo stato puro.

Segnalo che questa sera (venerdì 26 ottobre) alle ore 21.05 sul canale in chiaro Italia 7 Gold danno: Per una bara piena di dollari di Miles Deem (Demofilo Fidani), Italia - 1971 (83'). Con: Klaus Kinski, Jeff Cameron, Gordon Mitchell, Hunt Powers, Renzo Arbore. Imperdibile!!!


26 ottobre 2007


Giorni e nuvole di Silvio Soldini, 2007


Giorni e nuvole
Regia: Silvio Soldini; Soggetto: Silvio Soldini, Doriana Leondeff, Francesco Piccolo; Sceneggiatura: Silvio Soldini, Doriana Leondeff, Francesco Piccolo, Federica Pontremoli; Musiche: Giovanni Venosta; Montaggio: Carlotta Cristiani; Costumi: Silvia Nebiolo, Patrizia Mazzon; Scenografia: Paola Bizzarri; Effetti: Paolo Verrucci; Fotografia: Ramiro Civita; Suono: François Musy, Gabriel Hafner; Casting: Jorgelina Depetris Pochintesta; Aiuto regista: Cinzia Castania; Produttore: Lionello Cerri; Produzione: Lumière & Co, Amka Films, RTSI-Televisione svizzera; Distribuzione: Warner Bros. Pictures; Data di uscita nelle sale: 26 ottobre 2007; Durata: 116'.

Interpreti: Margherita Buy, Antonio Albanese, Giuseppe Battiston, Alba Rohrwacher, Fabio Troiano, Carla Signoris, Paolo Sassanelli, Arnaldo Ninchi, Teco Celio.


«
Era da un pò che volevo fare un film molto legato alla realtà, a questo momento storico. [...] Avevo proprio voglia di fare un film più piccolo, che si concentrasse su due personaggi principali e li seguisse da vicino.» Silvio Soldini

L'ultima pellicola diretta da Silvio Soldini racconta della precarietà, del dissolversi d'una normale esistenza d'una coppia borghese di fronte all'insicurezza generata dalla perdita del lavoro. Presentato all'ultima edizione del Roma Film Fest, ma a dire il vero la reale première è avvenuta in settembre al Toronto Festival Festival, il ritorno dietro la macchina da presa del regista milanese – a tre anni dall'ultimo “Agata e la tempesta” – sarà nelle sale da venerdì 26 ottobre distribuito da Warner Bros. Pictures.
Diciamo subito che il film è bello: ottimamente diretto, magistralmente realizzato e superbamente recitato dalla strana coppia Buy – Albanese. Strana coppia quella composta da Margherita Buy ed Antonio Albanese perché sarebbe stato più semplice immaginarli accoppiati in una commedia brillante e non in un dramma a sfondo sociale.

La storia
Elsa (Margherita Buy) e Michele (Antonio Albanese) sono una coppia benestante che vive a Genova in una bella casa. Sposati da vent'anni hanno una figlia, Alice (Alba Rohrwacher), che da poco ha aperto insieme al proprio compagno un piccolo bistrot. Lei ha lasciato il lavoro per cercare di portare a compimento un suo vecchio sogno, laurearsi in storia dell'arte, lui è un imprenditore occupato nell'azienda che ha fatto nascere e per la quale ha speso tutto il suo ultimo periodo di vita. Tutto tranquillo e sereno in apparenza, non fosse che Michele in realtà da due mesi ha perso il proprio posto di lavoro, estromesso dai suoi stessi soci per incompatibilità sulla gestione del business. Quando riuscirà ad avere il coraggio di raccontare alla propria compagna l'accaduto i due si troveranno a fare i conti con la precarietà, con la difficoltà a far quadrare le spese. Persa la sicurezza economica, tutto nelle loro vite sarà nuovamente messo in discussione.
Dovranno vendere la casa e trasferisi in un'abitazione assai più piccola e modesta per estinguere il mutuo che grava sopra di essa, venderanno la barca, ma soprattutto entrambi saranno obbligati a cercare un lavoro e qui il dramma sociale prende definitivamente corpo, perchè entrambi, raggiunta ormai la mezza età, sono manodopera di non facile collocazione.
Elsa con la pragmatica tipica del genere femminile saprà subito calarsi nella nuova condizione, mentre Michele sprofonderà progressivamente in uno stato depressivo d'immobilismo a causa delle enormi difficoltà incontrate nella ricerca d'un impiego.

Lo sguardo e l'amore
Il film ci racconta un'odissea d'inizio millennio d'una coppia alle prese con le difficoltà generate da un mercato del lavoro sempre più complesso e cinico, mettendo sotto la lente d'ingrandimento i comportamenti d'un uomo e d'una donna che disorientati cercano un nuovo equilibrio, una nuova stabilità. Con occhio simil-documentaristico Soldini confeziona un dramma della contemporaneità, attraverso uno sguardo etologico ed al contempo etnologico egli indaga i comportamenti d'una coppia paradigmatica dell'Italia d'oggi. Cinema sociale dunque, perché immerso completamente nei problemi della vita di tutti i giorni. Non è un caso allora che quel che capita al personaggio interpretato da Antonio Albanese ricordi scopertamente un film come “A tempo pieno” (di Laurent Cantet, 2001), uno dei massimi esempi cinematografici degli ultimi anni d'attenzione ai mutamenti in corso nel mondo del lavoro.
Ma Soldini non limita l'analisi ad una fredda elencazione di accadimenti, egli cerca le possibili soluzioni alla contingenza presenti nel profondo dei suoi personaggi, che segue con trasporto quasi amorevole nei loro mutamenti, nella loro traumatica esplorazione dei propri limiti e nella ricerca del senso d'un esistenza che non può esser trovato nel lavoro ma nella bellezza e nell'amore.

In apparenza ci troviamo di fronte ad un mutamento di stile e registro da parte d'un autore che ha spesso messo in scena piccole favole per adulti (“Agata e la tempesta” e “Pane e tulipani” su tutti), ma la durezza della storia narrata e l'attenzione nella rappresentazione del dolore e delle lacerazioni dei protagonisti lasceranno spazio nel finale ad un ritorno a territori più vicini alla poetica del regista. La contemplazione del bello e la fuga dal cinismo si paleseranno in una chiusura prossima all'autore ma distante rispetto al dramma messo in scena. Uno scollamento che potrà non convincere ma che conferma la validità dello sguardo soldiniano, che ormai maturo cerca il confronto diretto coi drammi contemporanei.

Buy – Albanese: la strana coppia perfetta
Le interpretazioni di Margherita Buy e Antonio Albanese sono superlative, favorite nella resa espressiva dall'uso ostinato del piano sequenza, riescono a giungere a notevoli gradi di realismo dando l'impressione esatta dell'intensità dei sentimenti evocati. Soprattutto Albanese riesce a dar corpo ad un personaggio di rara complessità, una maschera che sembra somatizzare in maniera progressiva il dolore che la nuova realtà gli ha fatto piovere dentro. E se la coppia Buy – Albanese fosse la versione aggiornata dell'archetipo iconico costituito da Monica Vitti ed Alberto Sordi?


l'articolo è pubblicato anche su SpazioFilm.it al seguente indirizzo: http://www.spaziofilm.it/content/archivio/articolo_dvd.asp?id=5987&sito=dvd


25 ottobre 2007


Happy Computer - Hello World! (C64 Sid Mashup Mix)


Nuovo video per tentare di accontentare colei che tiene il libro sul cuscino ma non solo...

Tipico esempio di quella new wave musicale che fa ballare le nostre stanche membra con suoni provenienti dagli anni '80. C64 music ovvero musica fatta con quel computerino esoterico che fu il commodore 64 (mitico).
Il gruppo è di Berlino (ovvio no?!) e si chiama "Computadora Feliz" o se si preferisce "Happy Computer", qui sotto le coordinate per provare a capirci qualcosa di più...


25 ottobre 2007


Roma Film Flop. Paolo Mereghetti sul festival veltroniano-bettiniano


Una formula complicata
Tanti film, cultura (e anche le star) ma il primato di Venezia è lontanto
di Paolo Mereghetti.
"Il Corriere della Sera" (24/10/2007)

ROMA - Lo spettro che viene agitato ogni giorno di più sulla testa della Festa di Roma è, manco a dirlo, quello del confronto con Venezia. Una selezione di film italiani di qualità media, più o meno riusciti ma senza veri capolavori, favorisce il paragone con la selezione nazionale al Lido, dove — retrospettivamente — il direttore-mandarino Marco Müller sembra aver sbagliato per eccesso di ambizione: a film più «tradizionali» e «rassicuranti» ha preferito la forza di una possibile eccentricità, dimenticando che i gusti maggioritari degli addetti ai lavori non sono più quelli dei cinéphiles che frequentava a Parigi. Da cui le stroncature veneziane e gli elogi romani.

Ma la supremazia della Mostra, che l'anno scorso pareva seriamente messa in discussione dalla neonata Festa capitolina, quest'anno sembra inattaccabile e indiscutibile. Per una ragione soprattutto: che il Festival di Venezia ha un'identità facile da riconoscere e da gestire, mentre la Festa dell'Auditorium sembra (masochisticamente) fare di tutto per confondere e confondersi.

L'immagine dei festival tradizionali, che traggono la loro forza e la loro identità da un «momento» chiaro e riconoscibile, cioè il concorso, si è talmente imposta nell'immaginario da fagocitare ogni altra possibile metamorfosi. I festival senza concorso, o con un concorso «debole », finiscono per sembrare eventi minori o poco importanti. Anche se poi «producono» cultura cinematografica di buono o ottimo livello: l'esempio italiano dei festival di Pesaro o di Torino pre-Moretti, di Pordenone o di Udine è lì a dimostrarlo.

Anche la Festa di Veltroni e Bettini non ha saputo resistere alla chimera del concorso e ha finito per dimenticare che se era abbastanza semplice trovare star e registi capaci di attirare pubblico e televisioni, non era altrettanto semplice costruire una competizione alla stessa altezza. E che a un qualsiasi osservatore sarebbe maggiormente saltato all'occhio la gamba zoppicante che non quella baluginante che spunta da un abito da sera. Cosa che è puntualmente avvenuta. Con una aggravante: che il resto — Première ed Extra, Alice e Business Street , ma soprattutto la vocazione «populista» all'origine di questo progetto — sembra crescere e rafforzarsi giorno dopo giorno.

Mi sembra chiaro: il progetto più o meno evidente di questa manifestazione non è quello di scippare la Mostra al Lido per portarla sul Tevere (forse qualcuno ci ha anche pensato, ma come sogno, come vaghissima speranza), ma di sfruttare il cinema per offrire alla città di Roma una specie di nuovo, potentissimo riflettore mediatico puntato su di lei e insieme di «ricreare» i suoi abitanti regalando loro quello che dopo i tempi magici di Via Veneto avevano irrimediabilmente perso: divismo e glamour. Un progetto sacrosanto, per carità! Che però non ha niente a che fare con festival e concorsi ma anche — e bisogna aggiungerlo per amore di verità — che ha pochissimo a che fare con la cultura cinematografica.

Veltroni e Bettini non saranno d'accordo, ma le loro azioni contraddicono spesso in maniera clamorosa le loro dichiarazioni, a cominciare dall'orgoglio (sacrosanto) con cui sbandierano biglietti venduti e scolaresche ospitate per continuare con l'altrettanto sacrosanta vanità con cui offrono pranzi a Coppola o discutono di politica con Tim Robbins, sfilano con Ségoléne Royal o danno premi a Sophia Loren.

Giorno dopo giorno viene il dubbio — ormai quasi la certezza — che il vero sogno veltroniano sia quello di fondere l'animo populista delle vecchie Feste dell'Unità con il look mediatico delle premiazioni degli Oscar o della montée des marches di Cannes. Dove il cinema è più importante dei film, perché le star sono più importanti degli attori. Non è un peccato. Ma è un peccato non avere il coraggio di ammetterlo.


24 ottobre 2007


Vendere e comprare


Brigitte Bardot

Annuncio comparso sul sito americano Craiglist, nella rubrica “donna cerca uomo”: «Ho 25 anni, sono superficiale e di una bellezza spettacolare. Cerco un marito che guadagni almeno 500 mila dollari l'anno. So che può suonar male, ma tenete presente che vivere con un milione di dollari l'anno a New York vuol dire appartenere al ceto medio. Quindi non penso di esagerare con la mia richiesta. Ho frequentato un uomo d'affari che guadagna tra i 200 e i 250 mila dollari, ma una simile cifra equivale a un blocco stradale che non ti fa arrivare nemmeno a Central Park West». Ha risposto un anonimo banchiere di Wall Street: «In termini economici, io non posso che incrementare i miei guadagni mentre è assolutamente certo che tu non rimarrai bellissima. Sei una risorsa che non può che svalutarsi, io sono invece un bene in crescita. Rimarrai attraente per i prossimi cinque anni, ma sempre meno ogni anno che passa. La tua bellezza comincerà a sbiadire. Non è quindi un buon affare “comprarti”, sarebbe meglio affittarti». La donna ha fatto togliere annuncio e relativa risposta.

[Rita Celi, repubblica.it 11/10/07]


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24 ottobre 2007


culture pop (e viceversa) #83 . The Air is on Fire (pseudo)report #2


3

Perturabante (com'è chiaro che sia) e straziante (idem) la serie di immagini fotografiche modificate-modulate da David Lynch colpisce nel segno e restituisce corpi attraversati (trapassati) da una sessualità malata ed ambigua. DISTORTED NUDES. Sono tutti corpi femminili le cui zone intime sono pubbliche, i cui pertugi appaiono come porte di contatto fra mondi impossibili e distanti. Sideralmente lontani e dunque profondi ed interni. Affascinano perché parlano di dolore e solitudine, autosessualità anestetizzante anti-estetica nella sua estetica bell'epoque retaggio d'un passato mai vissuto nè dall'autore nè dal pubblico. Dunque il tutto tende all'idealizzazione al manifesto d'una manifesto manifesto. Lo stile di Lyche lo conosciamo e questi scatti ricordano l'orecchio penetrato dell'incipit di "Blue Velvet", la scatola ed i baci di "Molholland Drive", il diario maledetto di Laura Palmer. Si entra e non si esce, come già detto l'arte di Lynch penetra dentro e si appiccica da qualche parte, non necessita di comprensione tantomeno d'una spiegazione. Questi scatti però, forse perchè immobili risultano più comprensibili: pare ci si voglia parlare d'un umanità disperata che cerca l'evasione tramite il piacere sessuale. Osservi quei corpi e cerchi corrispondenze misteriche col profondo tuo, che tu sia uomo o donna poco importa. Quei corpi senza mai guardarti fissano il tuo inconscio, sconosciuto e sfuggente. Occhi che guardano, vagine che inghiottono.



David Lynch - The Air is on Fire
09 ottobre 07 - 13 gennaio 08

Orario: 10.30-20.30, lunedì chiuso

Triennale di Milano
Viale Emilio Alemagna 6 (20121)
+39 02724341 (info), +39 0289010693 (fax)

http://kulturadimazza.ilcannocchiale.it/post/1654847.html
http://kulturadimazza.ilcannocchiale.it/post/1657659.html


24 ottobre 2007


Un duro in platea di Andrea G. Pinketts


Robert Mitchum

Un duro in platea
È lo spettatore maschio a voler somigliare al macho del cinema o sono i personaggi dello schermo a imitare i veri uomini della realtà?

di Andrea G. Pinketts

Forse ha ragione Norman Mailer quando dice che “i duri non ballano”, anche se James Cagney, il duro dei duri, era un eccellente ballerino. Diamogli pure ragione. I duri non ballano ma vanno al cinema, sullo schermo e in sala. Immaginatevi un duro mimetizzato in platea, tra spettatori innoqui, studiare attentamente il comportamento spettacolarmente asociale dell'attore che interpreta un duro. L'autentico duro prende mentalmente appunti per capire cosa ci si aspetta da lui e, di conseguenza, come comportarsi. Ignora però il duro doc (Denominazione di Origine Cinico-romantica), che lo sceneggiatore lo ha studiato con altrettanta attenzione. È il duro che imita il cinema o il cinema che imita il duro? O semplificando: perché C'era una volta in America lo hanno girato a Cinecittà? Grosso guaio a Cinetown.

Il duro del cinema o è elegantissimo come uno scheletro di tenerezza nell'armadio come il grande Gatsby o è stazzonato, stropicciato dalla vita come un Casanova appena evaso dai Piombi che si sta riprendendo da una sbornia di tre giorni. Entrambe le tipologie hanno i postumi di un passato. Sia il duro dandy che il duro dondolante si esprimono con frasi lapidarie. Destinate a essere ricordate. Siamo al cinema: non c'è tempo per tenere una conferenza. Il colore del duro è il nero, il buio in sala che illuminerà con la sua virile presa di posizione sullo schermo. La stagione del duro è l'autunno. Il casinò dei ricordi. L'estate è bandita. Un duro non può sudare troppo di suo, tranne che in un actioner americano, visto che è troppo impegnato nel far sudare gli altri. Il duro è figlio unico e single: se aveva un fratello e una fidanzata glieli hanno appena ammazzati. O sono in procinto di farlo. Il duro ama la frutta. In una memorabile scena di Nemico pubblico il già citato James Cagney spreme in faccia un pompelmo a Mae Clarke. Il duro è raramente astemio. Nei rari casi è perché si sta disintossicando da un alcolismo di vecchie ferite. Il duro è un uomo tutto d'un pezzo a pezzi. Penso ad Amedeo Nazzari ne Il bandito di Alberto Lattuada: con il senno di poi ti aspetti che da un momento all'altro ordini un Biancosarti, l'aperitivo vigoroso di un vecchio Carosello. Il duro è un carosello, il trailer di se stesso. Il duro gira indifferentemente a Hollywood o a Cinecittà.

A Hollywood si faceva chiamare Bogart, Mitchum, Edward G. Robinson. A Cinecittà Folco Lulli, Raf Vallone, Marco Brega. A volte si incontrano. In Con la rabbia negli occhi, di Antonio Margheriti, Yul Brinner, killer stagionato, istruisce, a Napoli, l'allievo Massimo Ranieri. Attenzione però ai finti duri, ai poliziotti di ferro di qua e di là dall'oceano. Maurizio Merli e Steven Seagal interpretano personaggi duri sì, ma di comprendonio. «Bruciare non è rispondere» diceva Camille Desmoulins nella sua lettera ai Giacobini.

Un'ultima regola per la corretta visione: il duro è trasversale. Mi viene in mente Fred Buscaglione in Noi duri di Camillo Mastrocinque. Erano della partita anche Totò e Paolo Panelli. I duri cantano e la suonano.

La televisione ha ammazzato il cinema? Un pò. Con noi duri non sarebbe accaduto.

[Panorama First, agosto 2007]


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22 ottobre 2007


New Young Pony Club - Ice Cream (Intermezzo Musicale)



New Young Pony Club - Ice Cream
Lyrics

I can give you what you want.
I can make your heart beats short.
I can make you ice cream, we could be a sweet team melting in your vice dreams, sport.

I can be the sauce you crave.
I can spell what you can't say.
chocolate flavored love theme treat the treats you so mean covering your nights and days.

Let me give you what you like.
I can make you mouth run dry.
drink me like a liquor, c'mon and dip your dipper
show me what you're here for, guy.

I can give you what you want.
I can make your back real taut.
fantastic flavored fancies sick like Sid and Nancy wicked as a joy ride jaunt.

What you want
I can give you what you want
What you want
I can give you what you want, you want
You want
I can give you what you want
What you want
You want
Whatcha whatcha want now.

ha ha ha ha


22 ottobre 2007


culture pop (e viceversa) #82 . The Air is on Fire (pseudo)report


1
Scorci rubati, immagini espropriate dalla mostra "David Lynch - The Air is on Fire" alla Triennale di Milano una domenica d'ottobre che poi era anche il giorno d'un compleanno. Dunque un regalo; passeggio fra le opere di David Lynch che pittore nacque e regista divenne. Quel che colpisce da subito è la grandezza delle "tele": enormi. Enormemente organiche ti si parano davanti lasciandoti interdetto, ma certo non stupisce la complessa articolazione del pensare d'un artista che ci ha ormai abiutati al suo stile senza mai risultare prevedibile. Quel che immagini è che saprai di non poter afferrare granché, del resto con il nostro affezzionatissimo David keith siamo abiutati all'inerzia. Non c'è qualcosa da cercare, capire, trovare. Se vuoi la sua arte ti entra dentro, ti si appiccica addosso, come una resina sulle mani. Come fango sulle scarpe. Come catrame nei polmoni.


2
Ci sono quadri, foto, scarabocchi, scarpe da donna, una musica che tutto avvolge e sovrasta. Poi c'è pure una piccola (troppo piccola) sala cinematografica che a ciclo continuo propone 90 minuti di sperimentazioni audiovisive d'un artista che sperimentatore anche quando non sperimenta. Quel che pare voler sperimentare più d'altro è la sopportazione del guardare, mettere alle corde la coazione a ripetere d'uno spettatore adorante. Le piccole dimensione della sala (piazzata letteralmente nel mezzo dello expo lynchiana) provocano l'assembramento del pubblico che pare un gruppo di pellegrini a Lourdes, assorto in estatico compiacimento. seduti a terra alcuni, accalcati con la testa intermittente fra dentro e fuori gli spettatori si mangiano tutto (noi compresi!) alcuni addirittura si inginocchiano per guardare, assumendo la stessa posizione d'una perpetua durante la messa del proprio parrocco di fiducia.

L'appunto da fare è uno ed uno solo. Cosa si intende per curatore? Cosa fa un curatore? L'impressione è che il ruolo sia stato assolto con la seguente frase: "signor Lynch venga e faccia di noi ciò che vuole, noi non apriamo bocca...".



David Lynch - The Air is on Fire
09 ottobre 07 - 13 gennaio 08

Orario: 10.30-20.30, lunedì chiuso

Triennale di Milano
Viale Emilio Alemagna 6 (20121)
+39 02724341 (info), +39 0289010693 (fax)

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19 ottobre 2007


David Lynch - The Air is on Fire @ Triennale di Milano


David Lynch - The Air is on Fire

09 ottobre 07 - 13 gennaio 08

Orario: 10.30-20.30, lunedì chiuso

Triennale di Milano
Viale Emilio Alemagna 6 (20121)
+39 02724341 (info), +39 0289010693 (fax)
info@triennale.it
www.triennale.it

Ingresso: 8 € - 6 € - 5 €

Curatori: Hervé Chandes con Hélène Kelmachter e Ilana Shamoon.
La mostra David Lynch. The Air is on Fire è stata ideata e realizzata su iniziativa della Fondation Cartier pour l’art contemporain.

La Triennale di Milano presenta David Lynch. The Air is on Fire, una mostra ideata e realizzata su iniziativa dalla Fondation Cartier pour l’art contemporain, dedicata ai molteplici aspetti dell’arte di David Lynch. Per la prima volta in Italia l’artista espone dipinti, fotografie, disegni, film sperimentali e creazioni sonore.
Per il pubblico è così l’occasione di scoprire e rivisitare l’arte di David Lynch alla luce delle opere inedite installate in uno spazio concepito dall’artista stesso.
Nato nel Montana nel 1946, David Lynch trascorre la sua infanzia a disegnare e dipingere. Nel 1965 inizia l’Accademia di Belle Arti presso la Pennsylvania Academy of Fine Arts di Filadelfia. Qui scopre una passione per le immagini in movimento: un giorno, mentre è solo nel suo studio, vede una brezza leggera spostare dolcemente gli oggetti incollati sulla tela su cui stava lavorando.
Sei mesi dopo questa esperienza, termina il suo primo cortometraggio sperimentale. Così è nata la vocazione di uno dei registi più talentuosi al mondo, e il più giovane a oggi a aver ricevuto un Leone d’Oro alla carriera - consacrazione che ha ottenuto nel 2006 in occasione della proiezione del suo ultimo film INLAND EMPIRE alla Mostra del Cinema di Venezia.
Per tutta la sua carriera di regista, David Lynch non ha mai smesso di dipingere, disegnare, fotografare, e creare delle animazioni; ha esteso il campo delle sue indagini artistiche alla composizione musicale e alla creazione sonora.

La mostra nasce dall’accumulo di quadri, cartelle etichettate che contengono quantità di disegni, scatole d’archivio piene di fotografie presente nello studio di David Lynch. Questa collezione molto ben conservata risale agli anni del liceo e fino ad oggi non è mai stata esposta. Presentate a Hervé Chandès, direttore della Fondation Cartier, queste opere sono riunite in un allestimento ideato da David Lynch stesso.
Dei quadri sono sospesi a dei grandi portanti metallici rivestiti con delle tende o con delle tele dipinte; dei film di animazione sono proiettati in una sala cinematografica in miniatura che richiama Eraserhead (1977); un disegno dell’artista rappresentante un salotto è trasformato in una ricostruzione a grandezza naturale.
Queste installazioni costituiscono un allestimento molto personale in cui il visitatore può entrare in contatto con un nuovo aspetto dell’immaginario di David Lynch, in un’atmosfera che non appartiene che a lui.

I dipinti, le fotografie e i disegni di Lynch evocano le sue esperienze d’infanzia, i fantasmi dell’adolescenza, le sue preoccupazioni di adulto. Il tema ricorrente della casa, con le sue risonanza inquietanti, appare in quadri scuri dalle superfici organiche e dai messaggi misteriosi. Il sense of humor irriverente di Lynch è presente sia nei suoi dipinti più seri, sia nel momento in cui apporta una risata salvifica ai suoi film più sconcertanti. Le sue fotografie catturano diversi umori e ambienti, dai più sensuali e onirici ai più cupi e perturbanti.
I suoi nudi a colori e in bianco e nero sviluppano la sua concezione di archetipo femminile: creature affascinanti le cui labbra e unghie sono dipinte di rosso vivo.
Le sue fotografie in bianco e nero di paesaggi industriali esplorano la geometria delle forme architettoniche e catturano l’atmosfera fuori dal tempo di luoghi abbandonati dall’uomo.
La serie dei Distorted Nudes presenta dei fotomontaggi digitali creati a partire da fotografie erotiche datate dagli anni 1840 al 1940; David Lynch ne fa nascere delle creature che per quanto ancora umane assumono delle forme e delle espressioni irreali. Infine, i suoi schizzi e disegni presenti lungo tutto il percorso espositivo costituiscono l’aspetto più intimo della sua creazione. Esposte per la prima volta, queste opere, conservate dall’adolescenza e regolarmente consultate da Lynch per trarne ispirazione, mettono in luce in modo eccezionale e libero da ogni censura il suo processo creativo. Svelano le sue fonti di ispirazione e mettono in evidenza le linee forza che attraversano l’insieme della sua opera.

La mostra è accompagnata da un catalogo che riflette la diversità degli ambiti di creazione dell’artista e propone un percorso attraverso un gran numero di opere, commentato da David Lynch nel loro ordine di apparizione nel libro sotto forma di conversazione con la giornalista americana Kristine McKenna.
Esplorando i legami fra arte e cinema nella storia dell’arte del XX secolo e più dettagliatamente nel corpus lynchano, una ricca intervista fra Boris Groys e Andrei Ujica offre un chiarimento teorico sulla costruzione dell’opera di questo grande cineasta, pittore, scultore, fotografo.

David Lynch - The Air is on Fire
Triennale di Milano
9 ottobre 2007 – 13 gennaio 2008
La mostra David Lynch. The Air is on Fire è stata ideata e realizzata su iniziativa della Fondation Cartier pour l’art contemporain.
A cura di Hervé Chandes con Hélène Kelmachter e Ilana Shamoon
Orario: 10.30-20.30, lunedì chiuso

Sito ufficiale:
http://www.triennale.it/triennale/sito_html/airisonfire/home.html


19 ottobre 2007


Marco Ferreri - Il regista che venne dal futuro di Mario Canale, 2007


Finalmente in Italia ci si ricorda del genio anarchico di Marco Ferreri. Il Festival di Roma rende omaggio all'autore d'origine milanese, ma cosmopolita per vocazione, con una evento speciale che avrebbe però potuto essere ben più ricco. Ma a volte bisogna sapersi accontentare...

Marco Ferreri - Il regista che venne dal futuro
di Mario Canale, documentario, 2007, 90'.
                22.10.2007 h 18:30, sala Petrassi
                26.10.2007 h 17:30, sala Farnese Persol

L'udienza
di Marco Ferreri, lungometraggio, 1971, 112'.
Versione restaurata dalla Cineteca di Bologna grazie alla collaborazione di Cristaldi Film
                22.10.2007 h 16:00, Petrassi

Ciao Marco
di Silvana Palumbieri, documentario, 2007, 40'.
Ferreri riflette sui motivi del proprio far cinema, e lo fa, non molto spesso, anche in televisione, come racconta il materiale catalogato nelle teche della Rai. Dalla scena del territorio agli attori e attrici che lo attraversano, il rapporto tra cibo e antropofagia, la morte e il suicidio, l'amore, un programma per il pubblico. La donna, il bambino e la scimmia come rappresentazione. Libertà, sistema politico e anarchia. La fine della cultura, quando le parole non servono più.
                26.10.2007 h 17:30, Farnese Persol


Marco Ferreri - Il regista che venne dal futuro
Regia: Mario Canale: Soggetto e Sceneggiatura: Mario Canale, Annarosa Morri; Narratore: Michele Placido; Musiche: Philippe Sarde; Montaggio: Adalberto Gianuario, Alessandro Raso; Immagini: Maurizio Carta, Massimo Coconi, Paolo Mancini, Marcello Rapezzi, Mario Canale; Ricerche iconografiche: Rosellina d’Errico; Produzione esecutiva: Mario Canale, Elena Francot; paese: Italia; produzione: Surf Film, Orme, La7; anno: 2007, durata: 90'.

Titolo internazionale: Marco Ferreri: The Director Who Came from the Future.

con la partecipazione di: Rafael Azcona Nicoletta Braschi, Franco Brocani, Sergio Castellitto, Pappi Corsicato, Piera Degli Esposti, Francesca Dellera, Maruschka Detmers, Nicoletta Ercole, Sabrina Ferilli, Andréa Ferréol, Enzo Jannacci, Christopher Lambert, William Lubtchansky, Citto Maselli, Dante Matelli, Ornella Muti, Philippe Noiret, Esteve Riambau, Ettore Rosboch, Dado Ruspoli, Alfonso Sansone, Giancarlo Santi, Catherine Spaak, Lina Nerli Taviani, Ricky Tognazzi, Mario Vulpiani, Michele Placido (Voce Narrante), Jerry Calà.

I filmati d’archivio provengono da: Orme, Istituto Luce, Aamod – Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, Fondazione Mario Schifano, TVE – A fondo - 1978, Argento puro di Pappi Corsicato, Giancarlo Santi : facevo er Cinema di Anton Giulio Mancino, Italia Taglia di Tatti Sanguineti, Antonioni di Gianfranco Mingozzi.

Le fotografie d’epoca provengono da: Jacqueline Ferreri, Reporters Associati.

Immagini dei film per gentile concessione di:
Jacqueline Ferreri
Surf film: Controsesso, La donna scimmia, La Carne, Diario di un vizio, L’uomo dei 5 palloni, Casanova 70, Il fischio al naso, Cronaca di un amore.
Myra Film: La Grande abbuffata, Non toccare la donna bianca, Ciao Maschio, Il seme dell’uomo, El Cochecito, La casa del sorriso, Nitrato d’argento.
Champions Film: Break Up.
Istituto Luce: L’Udienza.
Gianni Massaro: Dillinger è Morto, La Cagna.


Sinossi:
“Il modo di produzione del cinema è l’anarchia: io spero che possa continuare ancora per un po’, che si possa continuare ancora a fare un po’ d’anarchia con il cinema”. Inizia con questa frase di Marco Ferreri, tratta da un’intervista inedita al grande regista, il film-documentario di Mario Canale che, a dieci anni dalla morte, vuole recuperare la memoria di questo cineasta dimenticato troppo in fretta, del suo straordinario e immaginifico talento.
Da quel 9 maggio 1997, molte cose sono cambiate: ma la sua visione profetica già intuiva scenari futuri e suggeriva – nel solo modo in cui un artista può farlo: attraverso la propria opera – il mondo che stiamo vivendo, e quello che vivremo presto.
Sapeva, Marco Ferreri, d’essere capace di cogliere nel presente i segni del futuro?
Nel 1988, per l’uscita di Come sono buoni i bianchi, affermò di aver colto in Africa, durante le riprese del film, i segni della nascita d’un nuovo fondamentalismo religioso, che non avrebbe tardato a manifestare le proprie drammatiche conseguenze.
Ma è l’intera filmografia di Marco Ferreri a raccontare il nostro presente, anche con i titoli più lontani nel tempo: Non toccare la donna bianca, 1974, ci parla della rivolta delle banlieux; Dillinger è morto, 1968, anticipa la banalità del crimine dei tempi moderni; La casa del sorriso, 1991, riflette sulla rimozione della vecchiaia. E Nitrato d’argento, il suo congedo dal cinema, è il requiem per la sala cinematografica, sostituita da forme di fruizione sempre nuove.
Sulfureo, scandaloso, graffiante, iconoclasta: Marco Ferreri è stato questo, e altro ancora. Ma lo humour nero, lo sguardo anarchico, la misoginia, e le etichette che l’hanno accompagnato nascondono il vero filo rosso delle sue opere: la preveggenza, che in anticipo sui tempi lascia intravedere tra le pieghe dell’oggi gli scenari di domani.
A questo aspetto rimosso del cinema di Marco Ferreri è dedicato, sin dal titolo, Il regista che venne dal futuro: un documentario in sintonia con il carattere anticonformista di un uomo estremo, provocatorio nei modi e serio nell'opera, sempre all'avanguardia, visionario e sperimentatore. 90 minuti che prendono spunto da luoghi e personaggi autentici, per poi condurre negli spazi di una ricostruzione fantastica, un'inchiesta dove si muovono personaggi che hanno conosciuto, lavorato o sono stati amici del regista, con molti filmati d’archivio, italiani e stranieri, alcuni assolutamente inediti. La struttura è scandita da alcuni capitoli in cui Marco Ferreri ci regala in modo brusco, irriverente, e  spesso sopra le righe, la sua visione del mondo assolutamente lucida e disincantata.

Storia di un incontro - note di regia:
Ho incontrato per la prima volta Marco Ferreri in una moviola della Safa Palatino, all’epoca della Gaumont. Stavo preparando il trailer di un film che lui aveva aiutato a nascere, Amore Tossico di Claudio Calligari, e quando è entrato, discutendo con i protagonisti del film, ha guardato velocemente le immagini montate: poi bofonchiando si è rivolto a me e ha detto: «voi nun avete capito un cazzo del film». Si è girato, e se ne è andato.
L’ho rivisto qualche anno dopo a Parigi sul set di I love you, e non avevo quasi il coraggio di rivolgergli la parola, ma fin da subito scoprii di essere davanti non solo a un grande regista ma soprattutto a un uomo che nascondeva dietro al suo fare burbero una sensibilità straordinaria. In realtà, verso il mondo del cinema in cui ero entrato dalla porta di servizio, e quasi per caso, avevo avuto fino a quel momento un atteggiamento persino di sufficenza: mi sentivo più «moderno», smaliziato, e pur frequentando da anni i set, anche i più prestigiosi, non mi sentivo coinvolto più di tanto.
Quel set, invece, in una vecchia fabbrica alla periferia di Parigi, quell’uomo barbuto con un berretto da gnomo che urlava ordini e che camminava mangiando arance o mandarini, mi hanno stregato. Un colpo di fulmine: mi piaceva tutto, soprattutto sentirlo parlare. Credo che nel corso degli anni non ho mai provato allo stesso tempo un piacere grandissimo e il timore di sentirmi inadeguato come sui set di Marco Ferreri.
Non era facile intervistarlo, spesso rispondeva a monosillabi, a volte parlava d’altro.
Chi fa interviste televisive, il più delle volte è legato all’attualità: deve portare a casa qualche cosa, deve «estorcere» all’intervistato quei due minuti di storia, di spiegazione per confezionare il servizio. Con Marco era diverso, lui non amava raccontare la storia, forse non amava nemmeno più i giornalisti che da lui pretendevano giudizi o aforismi sull’universo mondo, accontentandosi poi di qualche battuta tagliente.
Io l’ho intervistato una decina di volte sui set o ai festival: in qualche caso ho sofferto molto, in altri sono andato a girare i suoi set anche quando non lavoravo più per un programma televisivo e anche se dovevo pagarmi la troupe lo facevo con grandissimo piacere. Mi ricordo che quando girava La casa del sorriso a Cattolica mi chiamò per chiedermi di andare, e davanti alle mie rimostranze (non mi occupavo di cinema in quel periodo) mi disse di non rompere e di raggiungerlo. A Cattolica, su quel meraviglioso set ambientato nelle vecchie colonie marine, lui non voleva parlare del film: aveva incaricato un pubblicitario di farlo al posto suo, perché era convinto che da lui i giornalisti volessero solo sentire la storia, e parlare di Ferreri senza preoccuparsi del film. Fu un’intervista surreale: quasi un’ora di parole a mezza bocca, con lui che sbadigliava annoiato e io che provavo in tutti i modi a fargli dire qualcosa. Fu una grande lezione di vita, per cui gli sarò sempre grato, ma me ne resi conto solo dopo molto tempo, e tornai a Roma distrutto dalla frustrazione.
Da moltissimi anni volevo fare un documentario su Marco, e tre o quattro volte ho persino cominciato a montarlo: in due casi gli ho dato anche un titolo, in altri ho assemblato dei materiali su di lui per festival o trasmissioni televisive. Il primo doveva essere il pilota d’una serie che aveva un titolo presuntuoso, «I tic dei registi», e da qualche parte c’è ancora.
Ogni tanto ho partecipato a dei festival sul backstage e come esempio del mio lavoro ho mostrato del girato sui set di Ferreri: in nessun’altro mi è capitato di sentirmi così vicino a quello che per me è il cinema.
L’ho incontrato l’ultima volta per caso nel 1996, a Parigi, a Saint Germain. Io stavo girando qualcosa per la Rai, lui tornava da una visita a Marcello Mastroianni, ammalato. Tutti e due di fretta: mi ha dato il suo numero di telefono. Poi mi sono perso dietro altre cose, e non me lo perdonerò mai.
Per quanto riguarda Marco Ferreri, il regista che venne dal futuro, debbo ringraziare prima di tutti Jacqueline Ferreri che di Marco è stata non soltanto la moglie e la compagna ma anche complice produttrice delle sue avventure cinematografiche, e poi attenta conservatrice della sua eredità morale. Annarosa Morri, che mi ha aiutato e ha collaborato con me. Nicoletta Ercole, prima collaboratrice e amica, e poi custode affettuosa della memoria di Marco. Luca Ronchi e i suoi preziosi consigli e suggerimenti. Elena Francot e Massimo Vigliar della Surf e Alfredo Moroni de LA7, che hanno creduto in questo progetto e senza i quali questo documentario non si sarebbe realizzato.
E poi tutti coloro che hanno partecipato, e tutti quelli che hanno amato Ferreri e il suo cinema.
Mario Canale


Sequenza tratta da "Dillinger è morto" di Marco Ferreri, 1969.


16 ottobre 2007


QOOB. Creatività al cubo (intervista)


La presente intervista è apparsa sul numero 28 (Ottobre) di Digimag, e-mag del portale Digicult. link

QOOB. CREATIVITA' AL CUBO
Txt: Alessio Galbiati

"Qoob è un canale digitale prodotto da MTV Italia che trasmette musica alternativa”. Così recita wikipedia alla voce 'Qoob'; ma chiunque ha fatto l'esperienza di incrociarne le trasmissioni sul Digitale Terrestre o di visitarne lo spazio web, sa benissimo che la cosa è ben più complessa.
'User-Generated Content', 'social network' e 'snack culture' sono solo alcuni dei neologismi utilizzati per descrivere l'assoluta novtà costituita da un progetto che al suo interno contiene molte anime. Volendo, si potrebbe dire che è un canale televisivo tipo MTV, che è un sito tipo Youtube, ma che è pure un poco Flickr, un poco iTunes ed anche un po' Myspace. Insomma siamo in pieno web 2.0 sinergicamente collegato con la “vecchia” televisione e aperto pure al mondo della telefonia mobile.
Qoob al momento è prodotto da MTV Italia che per il 51% è di proprietà di Telecom Italia Media Broadcasting mentre per il 49% di MTV Network Europe. Per chiarici ulteriormente le idee su queso fenomeno di networking che si sta facendo sempre più conoscere anche nel mondo dell'elettronica audio/video/rete attraverso la partecipazione a festival di riferimento come l'ultimo Sonar, Electrowave, Neapolis of Love Muzikfestival, MUV, addirittura alla Giornate degli Autori durante l'ultima Mostra del Cinema di Venezia. Abbiamo dunque pensato di intervistare Lucia Nicolai, Responsabile Editoriale di Qoob, che cortesemente ha risposto alle nostre domande approfondendo e puntualizzando gli aspetti peculiari della sua creatura, nata quindi come progetto puramente per il mercato Italiano e ora diffuso a livello internazionale.

Alessio Galbiati: Per cominciare partirei da una domanda assai poco originale che ritengo però fondamentale per chiarir(mi) immediatamente le idee, per sgombrare il campo da possibili fraintendimenti. La natura intermediale di Qoob (TV-Mobile-Web) genera una polisemica varietà di definizioni possibili; ma che cos'è Qoob? Sul sito di Telecom Italia Media Qoob viene definito come “la sacra trinità dei personal-media”, ma posto che anche in teologia il concetto di trinità soggiace alla fede, mi puoi spiegare la natura di questo progetto editoriale così complesso ed articolato?

Lucia Nicolai: Oddio, mi annienti subito con questa domanda? Qoob (e con questo, d'ora in avanti nella risposta, intendo tutto il progetto, compreso anche gli stadi evolutivi precedenti, Yos e Flux) è nato con un approccio sperimentale, in un mondo mediatico dove la concorrenza non è più fra i canali tv o fra programmi, ma fra un canale tv e un sito internet, fra sito internet e playstation, fra playstation e i-pod, fra programma tv e sms fra amici. Questo vale soprattutto per il mercato dei ‘giovani', tanto effimero nei gusti quanto estremamente ricettivo verso i nuovi trend e superveloce nell'appropriarsi dei propri spazi.
Sono abituati a surfare in internet, hanno una soglia di attenzione bassissima, proprio come internet ti abitua a fare. E soprattutto sono abituati a scegliere da soli quello che vogliono vedere. Per questo hanno bisogno non tanto di un mass-media quanto di un personal-media, che sia con loro potenzialmente in ogni momento. Il nostro è stato un approccio da ‘snack culture' come l'ha definita Wired magazine a inizio dell'anno. In questo senso, abbiamo creato Qoob, un progetto televisivo che aveva nel sito internet il suo hard-core e che poi abbiamo declinato in TV (sul dtt) e sul mobile. A tutt'oggi, stiamo distribuendo QOOB su varie piattaforme online (da Vuze a Veoh, da Babelgum a Youtube), con canali dedicati e brandizzati. E per rendere il progetto sempre più “ 360” come definiscono questo genere di cose gli americani, sicuramente ci saranno occasioni di ulteriori sviluppi futuri. Per rispondere alla domanda sulla “sacra trinità”: non volevamo tirare in ballo qualche potere spirituale trascendentale, semmai ci siamo presi delle licenze poetiche un po' un-pc. Ad ogni modo, è possibile che guardare Qoob – sotto tutte le sue forme - sia un atto di fede.

Alessio Galbiati: La storia di Qoob prende il via nel novembre 2005 con la creazione del canale televisivo YOS (Your Open Source) che si trasforma poi in FLUX nell'aprile 2006. Nel novembre 2006 il progetto prende il nome Qoob ed infine nell'aprile 2007 apre la sua sezione internazionale (ovvero non più confinata al solo 'bel paese'). Una storia complicata perchè criptica, nascosta dietro a sigle esoteriche, ad acronimi fantasiosi ed oltretutto poco visibile perchè (quasi) sempre concretizzatasi all'interno di nicchie del sempre più articolato sistema di telecomunicazioni. Cosa hanno significato questi differenti stadi evolutivi? E cosa rappresenta in prospettiva l'apertura al “resto del mondo” del canale international del sito?

Lucia Nicolai: All'esoterismo mi ci fai pensare tu adesso. Forse con il senno di poi, possono sembrare scritte in codice, ma i nostri pensieri hanno seguito un percorso molto più semplice. YOS è stato QOOB nella sua fase embrionale, quando ci siamo affacciati nel panorama web e televisivo coscienti di essere un puntino, un esperimento. Your Open Source da una parte metteva l'accento sulla centralità dell'utente, dall'altra sulla volontà (già chiara all'epoca) di rendere quel media (poi Flux, poi Qoob) una fonte libera di ispirazione, contenuti, stimoli. Ci hanno chiamato YOS ma in realtà non avevamo nome. Solo un abbozzo di forma. L'evoluzione in Flux, nell'aprile 2006, ha voluto centrare l'attenzione sulla logica di flusso casuale che avevamo adottato per il (non-)palinsesto televisivo e sulla capacità, di internet, di portarti in mille posti diversi contemporaneamente. Qoob, nel novembre 2006, ha rappresentato il terzo stadio evolutivo (tant'è che richiama il cube, la terza potenza), con l'ampliamento a nuove piattaforme di distribuzione e l'ufficializzazione dell'UGC come contenuto di qualità portante del progetto. L'avventura internazionale è tuttora in corso: in prospettiva vuol dire crearsi un network di producers capillari in tutto il pianeta. Vedremo.

Alessio Galbiati: Come mai Qoob nasce proprio in Italia, la patria del (quasi) duopolio della tv in chiaro, del monopolio della tv satellitare, della chiacchieratissima Legge Gasparri che ha aperto al DTT? Una “semplice” reazione allo stato delle cose, oppure c'è dell'altro?

Lucia Nicolai: QOOB non è stato una reazione, semmai è nato dalla volontà di dare nuovi stimoli e di coinvolgere in modo diverso il pubblico nella televisione, non nello stile del Grande Fratello o della TV interattiva di base, ma dando agli spettatori la possibilità di costruire la stessa ‘televisione' (e qui ci riferiamo al concetto, non alla TV che passa solo per l'elettrodomestico TV...) che stavano guardando. Dopotutto, al giorno d'oggi, una persona di talento che voglia cimentarsi con il videomaking, con la creazione di canzoni o con la realizzazione di foto/grafiche artistiche, può contare su tecnologie che possono tutte stare sulla scrivania di casa.

Alessio Galbiati: Come si struttura Qoob dal punto di vista produttivo? Quante persone vi lavorano e secondo quale logica di ripartizione delle risorse umane? Insomma, com'è organizzata “l'azienda” Qoob?

Lucia Nicolai: A QOOB lavorano 11 persone in pianta stabile: 3 nell'area editoriale, 2 nell'area marketing/press, 1 nell'area community, 1 nell'area produttivo-realizzativa, 3 nell'area tecnica. Abbiamo inoltre una consulente editoriale a Londra, salita a bordo con il lancio del canale e sito internazionali. Al di là di queste suddivisioni, comunque siamo tutti coinvolti a 360 gradi nel progetto, quindi spesso e volentieri ‘sconfiniamo' in tutti i vari settori.

Alessio Galbiati: La Qoob Foundation... da chi è composta e quali sono in linea di massima i criteri di scelta di questa post-moderna fondazione mecenatesca finalizzata ad individuare, incoraggiare e finanziare, gli autori dei lavori uploadati sul sito?

Lucia Nicolai: Wow, “post-moderna fondazione mecenatesca”! La Qoob Foundation in realtà è Qoob Factory (siamo geniali ormai nei cambiamenti di nomi). La Qoob Factory coinvolge tutti noi, anche se poi la parola finale è del responsabile editoriale (io), curatore di tutti i progetti acquisiti, commissionati, prodotti e finanziati che finiscono su QOOB. I criteri di scelta per individuare i potenziali qoob factory products sono gli stessi che caratterizzano la selezione dei materiali messi in onda, ovvero: innovatività, anti-conformismo, creatività, voglia di dire qualcosa di completamente fuori dalle righe o qualcosa di banale ma da un punto di vista diverso... non ci sono degli standard definitivi per scegliere un prodotto finanziabile e supportabile dalla Qoob Factory: tante volte è solo una questione di sensazioni. So che è vago, ma non si può inscatolare la creatività in assi cartesiani. Il bello è farsi sorprendere ogni volta. Pensare di aver scoperto una nuova porzione di realtà.

Alessio Galbiati: Requisito fondamentale delle Opere caricate sul sito web dagli utenti è la proprietà dei diritti d'autore, aspetto essenziale di Qoob che meglio d'altro differenzia questo “contenitore” da Youtube. Ciò rappresenta un tentativo di ribaltamento di prospettiva per la generazione “copia e incolla”. Alla luce di questo (quasi) primo anno di vita del progetto, quali sono le impressioni che ti sei fatta a proposito del popolo degli internauti produttori di contenuti?

Lucia Nicolai: L'impressione che ho, relativa ai produttori di contenuti di QOOB, è che preferiscono sempre l'originalità al ‘copia e incolla' e se mai utilizzano qualcosa di non originale, lo fanno contestualizzato a una storia, non in modo gratuito. Lo rielaborano dandogli un senso tutto nuovo.

Alessio Galbiati: L'idea di quest'intervista nasce dopo la visione della selezione da “voi” compiuta per la sezione SonarCinema della quattordicesima edizione del Sonar di Barcellona, evento del quale Qoob è stato fra i main sponsor. Così è accaduto, con forme e modalità sempre diverse ed originali, anche per le ultime edizioni di Electrowave, Neapolis of Love Muzikfestival, MUV, addirittura alla Giornate degli Autori durante l'ultima Mostra del Cinema di Venezia; ma in realtà gli eventi “reali” ai quali Qoob ha partecipato sono ancora molti di più. Ciò dimostra la particolare attenzione posta alla valorizzazione del proprio brand mediante canali particolarmente ricettivi nei confronti dell'innovazione e della creatività. In merito a questo vorrei sapere quali saranno le prossime partnership e quali le modalità di selezione degli eventi con cui collaborare.

Lucia Nicolai: Al di là del ‘valorizzare' il brand, l'attività on the ground è un momento fondamentale, per noi, per rendere ancora più forte e reale il legame con i nostri utenti, visto che la maggiorparte di loro è anche creatore di QOOB. All'orizzonte, tra le altre cose si intravedono: partecipazione al Gender Bender festival (Bologna, fine ottobre) come partner, evento di lancio del DVD di Techstuff, previsto per inizio novembre; partecipazione come partner al Radar FestivalLive @Qoob, ovvero i live set acustici con band ‘famose' (come Editors, Juliette Lewis) affiancate da band emergenti iscritte a Qoob, che si tengono nei nostri uffici. E' un bellissimo momento in cui alcuni nostri utenti vengono a contatto stretto con la realtà della produzione televisiva. Da qui a fine anno ne rifaremo di certo, anche se non possiamo svelare nomi fino a conferme ottenute. Riguardo alle modalità di selezione... vedi sopra, quando mi chiedi come selezioniamo i contenuti per la qoob factory... (Londra, gennaio 2008), dove assegneremo lo Student Prize (1000 sterline) al migliore lavoro visivo creato da uno studente per la rassegna. Come evento on the ground consideriamo anche i Live @Qoob, ovvero i live set acustici con band ‘famose' (come Editors, Juliette Lewis) affiancate da band emergenti iscritte a Qoob, che si tengono nei nostri uffici. E' un bellissimo momento in cui alcuni nostri utenti vengono a contatto stretto con la realtà della produzione televisiva. Da qui a fine anno ne rifaremo di certo, anche se non possiamo svelare nomi fino a conferme ottenute. Riguardo alle modalità di selezione... vedi sopra, quando mi chiedi come selezioniamo i contenuti per la qoob factory...

Alessio Galbiati: Alla presentazione di Qoob nel novembre dello scorso anno, Antonio Campo Dall'Orto, all'epoca direttore generale della divisione tv di Telecom, in merito alla questione della raccolta pubblicitaria accennò al fatto che erano allo studio forme alternative, modalità prossime allo spirito di Qoob. Dieci mesi dopo la sua nascita Qoob ha risolto la questione relativa alla pubblicità? E se sì, in che modo?

Lucia Nicolai: Siamo al lavoro con una serie di clienti riguardo a iniziative pubblicitarie ad hoc.

Alessio Galbiati: Progetti per il futuro? Ovvero, quali sviluppi e quali nuove mutazioni?

Lucia Nicolai: Per il futuro, vorremmo dare ancora più spazio e rilevanza ai contenuti ‘dal basso', ovvero quelli prodotti dagli utenti, cercando di dare una bella scossa alle logiche produttive televisive standard. Abbiamo già avviato 2 progetti in questo senso: uno è il Qoob Payout, che prevede un pagamento in denaro tramite Paypal per tutti coloro che uploadano contenuti poi selezionati per la TV. L 'altro è il Commissioning: a cadenza mensile, facciamo una chiamata alle armi ai nostri utenti attraverso la quale chiediamo loro di produrre contenuti legati a un tema. Siamo partiti con “My crazy summer”, un modo per raccontare l'estate appena trascorsa, in piena libertà interpretativa. A breve lanceremo altri ‘temi'. Anche qui, i lavori migliori vengono selezionati per la rotazione televisiva e ricompensati con premi in denaro, accreditati sull'account paypal. In entrambi i casi, invitiamo i nostri utenti a collaborare fra loro, dando vita a piccole ‘case di produzione virtuali' con il regista, l'autore delle musiche, il grafico etc. Vogliamo anche dare più spazio alle band unsigned e totalmente emergenti iscritte alla community, perché la qualità musicale è veramente alta. Parallelamente, continueremo i progetti con professionals già affermati, sia nell'ambito dei corti cinematografici (sulla scia degli esperimenti già riusciti con “Spider” di Nash Edgerton e “I Love Sarah Jane”, di Spencer Susser, che sveleremo a breve) che delle animazioni (in arrivo 2 serie molto diverse tra loro e molto ground-breaking, dall'Inghilterra e dal Giappone). Infine, stiamo lavorando a un rilancio del sito con nuove funzionalità.

www.qoob.tv

La presente intervista è apparsa sul numero 28 (Ottobre) di Digimag, e-mag del portale Digicult. link


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