.
Annunci online

kulturadimazza


RAPPORTO CONFIDENZIALE
rivista digitale di cultura cinematografica
NUMERO18 - ottobre 2009

gratuita, libera, indipendente
www.rapportoconfidenziale.org

 

«il talento fa quello che vuole, il genio quello che puo'. Del genio ho sempre avuto la mancanza di talento»
Carmelo Bene

kulturadimazza è

informazione sui tempi che

corrono e sul tempo che fugge

a cura di

Alessio Galbiati e Paola Catò

 

Optimized for Mozilla Firefox

 

Content on this blog is licensed under a

 

 

multimedia

 

CULTURE POP manifesto




Support CC - 2007

*   *   *

Rapporto Confidenziale
rivista digitale di cultura cinematografica
www.rapportoconfidenziale.org


21 dicembre 2007


OHNO! - Breath


OHNO! - Breath
Semplicemente delizioso

ps. Si capisce che nell'ultimo periodo non abbiamo la testa adatta per aggiornare il blog?


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. OHNO! Breath

permalink | inviato da kulturadimazza il 21/12/2007 alle 19:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa


19 dicembre 2007


Radiohead - Jigsaw Falling Into Place

Radiohead - Jigsaw Falling Into Place
il video, con tanto di intro di Tom York proveniente dal 'Thumbs Down Webcast'
del 9 novembre. Cosa volete di più....


17 dicembre 2007


ancora... Luttazzi


Ci torniamo ancora perché la cosa è GRAVE. Lo facciamo con un badge tratto da RadioRadicale.it che ricostruisce attraverso la viva voce di Daniele Luttazzi ed il contrappunto del buon Oliviero Toscani l'ennesimo disvelamento del Re nudo.

«Paura genera censura». Intervista con Daniele Luttazzi
caricato il 12 dicembre 2007
Rubrica: Paura genera censura con Oliviero Toscani
Durata: 32' 55"
Redattori: Emilio Targia e Nicolas Ballario
Licenza: Creative Commons

a cura di Oliviero Toscani Ospite della trasmissione condotta da Emilio Targia e da Nicolas Ballario insieme a Oliviero Toscani è Daniele Luttazzi dopo la sospensione della sua trasmissione su La7 in seguito alle offese a Giuliano Ferrara.


12 dicembre 2007


Entertien avec Jean-Luc Godard (Cahiers du cinéma, Arte.tv)


Cahiers du cinéma ovvero la rivista di critica cinematografica più prestigiosa del pianeta (smalto ne avrà pur perso, ma insomma non facciamo le verginelle...) da tempo ha intrapreso la strada del web con convinzione creano una serie di extra di assoluto rilievo qualitativo, a mio modo di vedere assolutamente imperdibili per ogni cinefilo di nuovo millennio.

Dalla collaborazione con il canale televisivo più kulturale d'Europa Arte.tv prende forma una parte delle sue molteplici ramificazioni multimediali, dal sito possibile accedere ad un gran numero di interviste succulente realizzate con piglio specialistico ai nomi più importanti del cinema contemporaneo. Una risorsa incredibile il cui solo limite (per noi italiani) è costituito dalla barriera linguistica.

ENTERTIEN AVEC JEAN-LUC GODARD

In occasione della 20° edizione degli European Film Awards il giorno 1 dicembre è stato assegnato al leggendario regista e critico Jean-Luc Godard il premio alla carriera. Arte.tv ha realizzato nel mese di novembre questa lunga intervista durante un seminario tenuto dal "maestro" nel proprio atelier svizzero. L'intervista è realizzata da Olivier Bombarda e Julien Welter, diretta da Thomas Schwoerer.

JLG. L’Entretien. 1ère partie (18 minutes)
JLG. L’Entretien. 2ème partie (25 minutes)
JLG. L’Entretien. 3ème partie (24 minutes)


12 dicembre 2007


E' morto Stockhausen, viva Stockhausen!!!

Lo scorso 5 dicembre è scomparso (nel senso che è morto) Karlheinz Stockhausen. Qoob lo intervistò qualche tempo prima nel suo studio di Kuerten, vicino a Colonia. Un piccolo omaggio per ricordare una delle personalità più importanti della musica contemporanea. E' morto Stockhausen, viva Stockhausen!!!


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Karlheinz Stockhausen qoob

permalink | inviato da kulturadimazza il 12/12/2007 alle 9:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


11 dicembre 2007


Cover Boy: l'ultima rivoluzione di Carmine Amoroso, 2006


Cover Boy: l'ultima rivoluzione

Regia: Carmine Amoroso; soggetto: Carmine Amoroso; sceneggiatura: Carmine Amoroso e Filippo Ascione; fotografia: Paolo Ferrari; montaggio: Luca Manes; musiche: Marco Falagiani e Okapi; scenografia: Maria Adele Cont; costumi: Alessandro Bentivegna; interpreti: Eduard Gabia (Ioan), Luca Lionello (Michele), Chiara Caselli, Francesco Dominedò, Gabriel Spahiou, Luciana Littizzetto; produzione: Filand s.r.l.; origine: Italia 2006; durata: 97’

TRAILER (.wmv)

Solo in Italia. Ci volevano 38 festival, di cui 25 internazionali, e svariati premi perché il mercato di casa nostra si decidesse ad accogliere Cover boy, l’ottimo secondo film di Carmine Amoroso. Interpretato dal giovane Eduard Gabia, da un Luca Lionello da Oscar e da un’inedita Luciana Littizzetto drammatica, il film uscirà a gennaio con il Luce. Era ora, visto che con poesia e sincerità assoluta affronta due temi attualissimi: il precariato e la difficile integrazione romena.
[fonte: Gloria Satta, "Il Messaggero"]

“Cover-boy: l’ultima rivoluzione” di Carmine Amoroso è un film che aveva ottenuto nel maggio 2002 l’Interesse Culturale Nazionale e il conseguente finanziamento. Dopo un anno e mezzo di stallo (blocco delle commisioni ecc.) e mentre il film era in fase di preparazione, attraverso un provvedimento retroattivo (legge Urbani 2004) il finanziamento, regolarmente approvato dalla  commissione credito,  è  stato decurtato del 75%.  Nonostante l’enorme danno produttivo e alla stessa struttura narrativa, è prevalsa comunque l’urgenza di girare  il film. Con grandi sacrifici da parte degli autori, dei tecnici, delle maestranze, e del cast,  il film è stato così portato a termine nel settembre del 2006. Presentato alla prima edizione di Cinema Festa Internazionale di Roma, oggi risulta fra i film che maggiormente rappresentano l’Italia nei festival internazionali.
[fonte: Paco Cinematografica. url]

Oltre a rappresentare un esempio di cinema «autarchico» suo malgrado, poiché rientra tra le pellicole finanziate dal ministero, poi messe in ginocchio da tagli ciclopici del budget. È Cover Boy opera seconda di Carmine Amoroso (l’esordio è del ‘96 con Come mi vuoi con Monica Bellucci) che sta girando a Roma in una delle periferie più familiari al cinema di Rossellini e Pasolini: il Mandrione, ancora oggi paesaggio di casctte abusive e baracche, popolato in gran parte da extracomunitari. È qui, infatti, che vivono i de protagonisti, affittuari di Luciana Littizzetto, nei panni di una padrona di casa desiderosa di fare l’attrice, ma costretta al rango di «generica». Sono Loan Eduard Gabia) giovane rumeno, figlio di un oppositore del regime di Ceausescu, arrivato in Italia in cerca di fortuna e Michele (Luca Lionello, Giuda per Mel Gibson), un quarantenne abruzzese venuto da giovane a Roma per svoltare» e ormai provato dalla via crucis del lavoro precario. Al punto da sognare di percorrere all’inverso le rotte dell’immigrazione: andare in Romania per aprire un ristorante sul Danubio insieme all’amico.
[fonte: Gabriella Gallozzi, "Il Manifesto". url]

Come ha gestito il set del film e cosa ha prediletto nelle inquadrature?
Carmine Amoroso: Abbiamo girato il film in digitale, in HDV, con due piccole camere Sony. E spesso abbiamo girato come fosse un documentario. Era l’unica possibilità con i pochi mezzi economici che avevamo. In molte scene i protagonisti sono stati letteralmente catapultati nella vita reale. Sotto molto aspetti è un film assolutamente sperimentale. Per questo devo ringraziare tutta la troupe e il direttore della fotografia, Paolo Ferrari.
[fonte: Intervista al regista di Simone Pinchiorri, "cinemaitaliano.info". url]

Elenco dei festival ai quali il film ha partecipato. url


11 dicembre 2007


Daniele Luttazzi - Money for Dope

I said: "Let's just go home. "You said: "No, no."
I lowered my expectations right away.
An attitude of "Get your shit together".
What were we doing here? We had no idea.

Money for dope

How have you learned to love me in my sleep
There's nothing wrong with that. There can't be.
"Get it out and then you can forgive each other."
You don't have to forgive it, just don't say it.

A culture of grim faced simplicity.
These people have made all these money
And they were in this green place in the woods
But they were cheating on each other.

Per sapere qualcosa di più sul significato attribuito dall'autore a queste parole e musica, consiglio vivamente la visione di questo e questo.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Daniele Luttazzi Money for Dope

permalink | inviato da kulturadimazza il 11/12/2007 alle 5:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


11 dicembre 2007


La censura e Daniele Luttazzi.

non crediamo che Luttazzi sia stato nuovamente imbavagliato a causa d'una presunta irritazione del mastodontico Ferrara. Pensiamo invece che le cose dette da Luttazzi sui "cattolici romani" debbano aver irritato qualche tele-spettatore d'oltre Tevere.
Tutto questo è avvilente!
Noi nel nostro piccolo non leggeremo più "Il Foglio" e non parleremo più de "La7". Nel nosto piccolo boicottiamo.
 
A corredo dell'opinione pubblichiamo una lettera di Giuliano Ferrara a "La Repubblica" ed un'intervista della stessa testata a Daniele Luttazzi, entrambe in data 10.12..2007.
In fondo trovate la battuta oggetto (ipocritamente) del licenziamento/allontanamento.
 
LUTTAZZI "LA CENSURA? HO CRITICATO L'ENCICLICA"
Leandro Palestini per “la Repubblica”

"È una situazione grottesca. Cancellano il Decameron senza motivo, Giuliano Ferrara non ha subìto insulti e difatti non protesta, con la censura La 7 ha un danno di immagine e di sabato si priva del 4 per cento dell'ascolto e di due milioni e mezzo di contatti". Daniele Luttazzi non riesce a darsi pace. Via mail l'azienda gli ha comunicato la risoluzione del rapporto ("coinvolti anche la regista Franza Di Rosa e una cinquantina di talenti"), ma sulle ragioni vere del gesto di Antonio Campo Dall'Orto il comico nutre dei dubbi, "perché chiudere un programma satirico non è come chiudere il meteo di una televisione".
 
Luttazzi, l'hanno bloccata dopo la registrazione della puntata su "Spe Salvi", l'enciclica del Papa. È il vero motivo del licenziamento?
"È un motivo plausibile. Perché l'altro motivo non regge. Ma nel mio monologo (di venti minuti) non prendevo in giro il Papa, lui è un sant'uomo. Mi interessava il tema: confrontavo i punti principali dell'enciclica di Ratzinger con argomenti satirici. Ho un punto di vista eterodosso, certo sconfesso la sua visione del Purgatorio, ma le mie battute su temi seri divertivano. Contestavo la visione dolorifica del mondo contenuta nell'enciclica e il plagio di massa delle religioni. La satira non è una burletta, la satira è una cosa seria".

Per ridere di Ferrara lei è andato giù pesante. Le risulta che abbia minacciato le dimissioni per i suoi "insulti"?
"Campo Dall'Orto mi ha assicurato che Giuliano non è intervenuto. La mia satira? Ferrara è stato uno dei più spietati propagandisti della guerra in Iraq, così l'ho inserito in un quadretto grottesco che attinge alla tradizione satirica (quella di Rabelais), che in Italia va dal Ruzante a Dario Fo. Nel monologo su Ferrara, da una parte mostravo gli eccessi sessuali e dall'altra gli eccessi della guerra: dal Napalm a Falluja alle torture di Abu Ghraib. Come diceva Lenny Bruce, non è il sesso ad essere pornografico, bensì la guerra".

Visto che Ferrara non è il mandante del suo licenziamento, andrebbe a parlare dei limiti della satira a "Otto e mezzo"?
"Ferrara è intelligente. È il primo che si diverte con la satira. Questo però raddoppia le sue responsabilità: lui ha fatto in Italia quello che l'Iraq Group di Carl Rowe ha fatto con gli americani. Ma io non vado ad aumentare l'audience di un programma altrui, soprattutto nella tv che ha cancellato il Decameron. Non sono la scimmietta di nessuno. Col c... che vado a Otto e mezzo!".

Eppure sabato sembrava che la rottura con La 7 si potesse sanare. Visto che Campo Dall'Orto ripeteva che lei, pur avendo sbagliato, resta il più bravo autore satirico su piazza...
"Anch'io lo speravo dopo il primo sms. Ma ormai è tardi: Telecom Media mi ha anticipato la notifica della risoluzione del contratto. Certo, c'è un controsenso in quello che ha fatto il direttore Campo Dall'Orto, e io glie l'ho detto: stai facendo l'errore più grande della tua carriera, distruggi quello che hai costruito in questi tre anni, l'immagine di La 7 come tv libera. Ma lui, che pure m'ha riportato in tv dopo l'editto bulgaro, ha scelto la via dura. Sabato sera si è creata una situazione "cilena" al montaggio: per motivi legali, io e la regista Franza Di Rosa, stavamo completando al montaggio la sesta puntata (visto che nessuna comunicazione ufficiale della sospensione era ancora arrivata).

Verso le 20, dei funzionari di La 7 sono entrati in sala di montaggio per impedire fisicamente che proseguissimo. Hanno occupato la stanza, hanno intimato al tecnico di sospendere... Ho chiamato l'avvocato: stavano commettendo un reato, violenza privata, e potevo chiamare la polizia. Così sono usciti. Poi, quando ho finito uno di loro è entrato per cancellare tutto il girato di Decameron, passato e futuro. E lunedì lo faranno!".
 
Lettera di Giuliano Ferrara a "La repubblica"

Caro Direttore, quella di Luttazzi su di me era satira, su questo non ci piove. Letta la frase in cui venivo messo oniricamente in una vasca e trattato come una latrina, per tirare fuori una pacifista antiamericana dallo smarrimento di fronte a una espressione per lei crudelmente surreale di Berlusconi («ero contrario alla guerra in Iraq»), in un primo momento ho pensato che fosse una forzatura miserabile per tirarsi d´impaccio in un programma non particolarmente baciato dal successo e dallo scandalo.

Ma non è così. La satira è un prodotto di ideologia e cultura, procede dai libri alla strada al palcoscenico in modo circolare. L´immaginario di Luttazzi, come lui dice, è Abu Ghraib e Ruzante, quella è per lui la cornice dello sketch a me dedicato (e anche ai miei compagni di latrina).

Daltra parte non sono forse una specie di Petraeus allamatriciana? Esiste una satira cruda e coprolalica, che si è espressa e si esprime, con risultati migliori o peggiori, in tutte le lingue, in molte situazioni e in molti regimi politici, antichi e moderni.

Dunque era satira. Lui non sarà Aristofane o Molière, ma era satira.
Perché allora, visto che sono sempre stato difensore della libertà di satira, ho approvato la sospensione del programma di Luttazzi, e in particolare la motivazione del comunicato e delle successive dichiarazioni di Antonio Campo DallOrto, il dirigente libertario e frecceriano de La7 che si è sentito tradito dall´uso irresponsabile della libertà concordata anche contrattualmente tra la sua emittente e il comico?

Me lo sono spiegato così come segue, e penso sia utile comunicarlo pubblicamente ai lettori o più genericamente al pubblico.
Il fondamento di una democrazia ormai sfasciata e sgangherata come la nostra è questo: Dio è relativo, è un culto privato, invece la libertà assoluta, è l’unico culto pubblico ammesso. E´noto che non sono d´accordo con questa impostazione e che penso sia vero il contrario. Ci sono criteri di valore e di vita non negoziabili, e pubblici per definizione anche al di là della fede religiosa o civile confessata, e invece la libertà, che prediligo e vorrei la più ampia possibile in ogni situazione della mia esistenza e di quella degli altri, è relativa. Culturalmente non sono spinoziano, sono cattolico romano. E´ dunque naturale che io la pensi così. «Che c´entra?», direte. C´entra, centra.

Perché ogni discussione sulle esperienze limite, e l´esercizio crudele della satira è una di queste esperienze, è una discussione sulla libertà e sui termini del suo esercizio. Il comunicato de La7 ha fissato un limite, e la società vive anche di limiti. E´culturalmente la stessa cosa di un divieto alla produzione sperimentale e assassina di embrioni, ha lo stesso valore linguistico pur trattandosi in questo caso di faccende per fortuna effimere.

Non ho mosso un dito e nemmeno uno straccio di avvocato, non ho nemmeno corsivato alla mia maniera, quanto Luttazzi ha portato in decine di teatri off off Broadway una definizione di «Giulianone» come del «residuo di sperma e cacca lasciato sul lenzuolo dopo un rapporto anale». Se sbiglietti in un teatro e la gente decide di venirti a vedere, lo puoi fare, e se a qualcuno non piacesse essere definito come sopra avrebbe al massimo il diritto di chiedere a un giudice una sanzione, posto che la ottenga, o di schiaffeggiare Luttazzi in pubblico o di denunciarne il linguaggio. Un mio amico americano dice: c´è la libertà di guidare, anche a trecento all´ora in una pista riservata a un pubblico pagante, ma in autostrada esistono limiti. In una tv generalista, insomma, è diverso. C´è per esempio un problema di coesione commerciale.

La tv, come i giornali, è uno spazio in cui gli editori investono, e giornalisti e artisti praticano quello spazio contro pagamento di una mercede e devono praticarlo conoscendone i confini, sapendo, come dico da anni, che la loro libertà è relativa, che sono tecnicamente indipendenti ma sono dipendenti in senso stretto o soggetti, quando lavoratori autonomi, a un rapporto coordinato e continuativo che ammette la possibilità contrattuale di essere sciolto da chi investe e paga e ha il problema, non commerciale ma anche commerciale, di tutelare la propria identità di fronte al pubblico e agli inserzionisti.

Questo vale per Luttazzi e per il suo rapporto con La7 e i suoi spettatori, come dovrebbe valere per quei furbetti «de sinistra» e «de provincia» di Santoro & C., i quali danno per ore la caccia al funzionario Rai di turno (Del Noce? Saccà?) sputtanandolo come assassino di Enzo Biagi con i complimenti, i denari, e le marchette apposte alle loro buste paga dalla ditta che inquisiscono. Sgradevole e forse spregevole uso privato, non dirò «criminoso» perché non ho l´autorevolezza televisiva o bulgara di Berlusconi, del mezzo pubblico e televisivo in genere.

Il problema della libertà in Italia, come hanno spesso notato Aldo Grasso e Francesco Merlo, e con ragione, è proprio questo. Vogliono tutti fare Lenny Bruce, ma non vogliono vivere e morire nella gloria dell´outsider emarginato, alcolizzato e cirrotico, vogliono farlo con l´assistenza pubblica e privata del mercato televisivo per famiglie, possibilmente in prima serata, e con l´ulteriore assistenza del mercato della politica, che li fa deputati al primo segno di martirio. Ricchi e potenti perché liberi.

Nel caso del furbissimo Benigni, adesso aspirano anche alla vita eterna con il timbro di Sua Eminenza Reverendissima Tarcisio Cardinal Bertone. In America, che è una democrazia costituzionale under God più autorevole della nostra, non si fa così. Quando sgarri, te ne vai secondo regole di mercato e di etica pubblica convenzionale, e nessuno ti verrà a molestare se eserciti il massimo della libertà a spese tue e del tuo pubblico.

Questo tipo di libertà controassicurata, comunque, mi fa un po´ ridere. E´ la sanzione di un paese che non ha establishment, la cui grottesca rovina politica è cominciata nelle procure alla Tonino Di Pietro e alla Forleo, a loro modo eroi di satira televisiva anch´essi, ed è continuata con il clamoroso successo di pistaroli e demagoghi che invece di sbigliettare e faticarsi la libertà relativa di cui tutti godiamo, e facciamo l´uso che crediamo, chiedono e ottengono la libertà assoluta del prime time televisivo a una borghesia e a un sistema politico che non hanno più alcuna autorità, severità, ironia, significanza.

Insomma. Se il mio editore televisivo fissa nella responsabilità televisiva un limite alla libertà di satira io sono contento, mi spiace solo che per farlo si debba ricorrere al canone secondo cui quella di Luttazzi non è satira, il che non è vero anche se in un primo momento ho equivocato leggendo il testo delle sue parole fuori del loro contesto drammaturgico e della loro legittima cornice ideologica (per me, ovviamente, un pochino ributtante).

Se la sospensione del programma serve a far discutere di questo, io sono contento. Se Luttazzi torna in onda su La7 dopo che questa discussione si è svolta, e ricomincia, sono contento. Se lui e Campo Dall´Orto volessero venire a parlarne a «8 e mezzo», quando desiderino, sarei contento.

Come vedete, sono molto contento. Sono contento anche della passione che il Manifesto, quotidiano comunista e dunque tribuna satirica fin nella testata, mette nella alta trattazione culturale del caso Ferrara-Luttazzi & Cacca.
Sarei anche molto contento, ancora più contento, se accettasse l´idea che si deve ridere del patriarcalismo autoritario degli islamici o imbastisse nelle sue dense pagine difese così sofisticate della libertà di satira nel caso in cui un comico di destra prendesse Rossana Rossanda, la mettesse in una latrina e la trattasse come sono stato satiricamente trattato io. Non dubito che i colleghi comunisti sarebbero inflessibilmente coerenti con i loro principi.
 


6 dicembre 2007


Does Your Soul Have a Cold? di Mike Mills, 2007 (doc)

Nuova pagina 2

Does Your Soul Have a Cold?
Directed by: Mike Mills
Distributor: iD Distribution Ltd
Country: USA-Japan
Year: 2007
Running time: 83 mins

Five Tokyo depressives turn to American drugs companies for their salvation

Riporto integralmente un articolo di Alessandra Migani apparso sul numero 30 di DIGIMAG (e-zine del portale DIGICULT) che illustra l'interessante documentario "Does Your Soul Have a Cold?" diretto da Mike Mills. Il lavoro presentato all'ultima edizione del London Film Festival intrattiene non poche analogie tematiche con il suo primo lungometraggio (Thumbsucker - Il succhiapollice, 2005) del quale ho scritto un po' di tempo fa.
La depressione, l'adolescenza e gli psicofarmaci sono i caratteri della poetica d'un autore che nasce Artista e che sempre più speditamente si trasforma in Regista.

MIKE MILLS: HUMANS BEFORE ALL!
Txt: Alessandra Migani

La 51ma edizione del London Film Festival ha offerto anche quest'anno un programma ricchissimo con incredibili anteprime ed ospiti. Devo aver scelto inconsapevolmente i film più toccanti del festival, dato che mi sono commossa per la maggior parte dei film che ho visto. Oppure, il senso di incertezza e instabilità che viviamo in questi anni e le ansie quotidiane che combattiamo di continuo, permeano in maniera cosi' prepotente le ‘immagini in movimento' su grande schermo, da riuscire a stabilire una comunicazione sottile con la sensibilita' dello spettatore. Non a caso, una delle gemme presenti, il documentario girato quest'anno dal regista americano Mike Mills, ‘Does your soul have a cold?' indaga la depressione in Giappone attraverso le storie di cinque ragazzi in cura per la citata malattia. Mills ha realizzato numerosi music videos per artisti quali Yoko Ono, Moby, Air, Blonde Redhead, cortometraggi ed il suo primo lungometraggio, Thumbsucker, e' del 2005.

Il film presentato al festival e' il suo primo documentario. Il titolo è tratto da una campagna pubblicitaria di una nota casa farmaceutica, la GlaxoSmithKleine, realizzata per il mercato giapponese, contro la depressione. In effetti, anche se sembra incredibile a credersi, la depressione viene riconosciuta come malattia in Giappone solo alla fine degli anni novanta e se ne comincia a parlare più diffusamente solo a partire da quegli anni. Le case editrici infatti pubblicano libri sull'argomento, mentre le case farmaceutiche, come avvoltoi, si impadroniscono di una nuova fetta di mercato che si dimostra, all'epoca, ancora incontaminata.
In una Tokyo frenetica, descritta visivamente in apertura del film da una serie bellissima di immagini in un susseguirsi di tagli di montaggio, Mills sceglie appunto le storie di cinque persone vittime della depressione. I racconti e le storie si intersecano con le immagini di una vita scandita da farmaci e senso di diversità dal mondo circostante. I cinque ragazzi si confessano di fronte la videocamera. Il regista si reca nelle loro case dove molti di loro trascorrono la maggior parte del tempo, li segue come un occhio vigile durante i loro gesti quotidiani sin dal risveglio al mattino, nelle uscite e negli incontri fuori dagli appartamenti. La voce off del regista pone le domande, si sente inoltre la presenza di un traduttore, mentre i dialoghi dei protagonisti sono in giapponese con sottotitoli in inglese.
La videocamera testimonia le loro vite, indaga, ricerca nelle stanze dei cinque protagonisti forse delle tracce, oppure degi elementi ed degli oggetti che parlino per loro. C'è molto silenzio lungo tutto il documentario, sono piuttosto le immagini a parlare: le espressioni, i volti, i gesti, gli oggetti di uso quotidiano.
Purtroppo emerge da questi ragazzi un senso di solitudine profonda, una difficoltà costante di comunicare e avvicinarsi all'essere umano, un senso di disagio verso se stessi ed il mondo esterno. La consapevolezza della malattia almeno permette loro di parlarne apertamente di fronte la videocamera. Uno di loro, Taketoshi, conferma come solo in anni recenti sia cambiato in Giappone il modo di affrontare la malattia, di riconoscerla come tale. Lui stesso ha acquistato molti libri sull'argomento, confessando pero' come fosse difficile trovarne in anni passati. ‘Utsu' è la parola giapponese per il temine ‘depressione' ed e' oggi riconosciuta ed usata. Tutte le ulteriori informazioni che il regista vuole dare sono inserite con scritte bianche sovrapposte al filmato. Alcune di queste scritte comunicano i nomi dei medicinali e le dosi assunte.
Non tutti seguono una terapia e l'uso di antidepressivi e' costante e smoderato per alcuni di loro. I medicinali, molti dei quali distribuiti da case americane, sono usati inizialmente come un aiuto indispensabile per la cura della malattia. L'America stessa e' molto idealizzata in Giappone, alcuni dei ragazzi intervistati pensano che tutto quello che proviene da li' debba essere buono per forza. Da subito dopo la guerra, in effetti, il paese orientale si e' avviato rapidissimamente sulla strada della capitalizzazione, seguendo il modello americano.
Daisuke e' un programmatore, non esce mai di casa, passa ore davanti al suo computer in un appartamento di un disordine cronico, conserva una quantita' infinita di medicinali all'interno di una scatola di cartone e assume delle dosi senza controllo medico e accompagnate da alcolici.
Mika per ironia del destino forse, distribuisce medicinali per lavoro, vive con la madre e parla dei propri demoni interiori.
Kayoko confessa che ogni volta che parla con qualcuno comincia a piangere, la sua vita sociale e' difficilissima, non ha piu' rapporti con i suoi genitori. Durante la sua intervista confessa di ritrovarsi a combattere contro gli antidepressivi piuttosto che la depressione stessa.
Ken invece prova piacere e sollievo nel partecipare in spettacoli dove viene legato e sospeso nel vuoto. Vive in un appartamento dove il futon occupa interamente la stanza da letto e la confusione regna sovrana. Durante l'estate trova confortevole uscire con un paio di jeans attillati tagliati al sedere e scarpe col tacco.

Il regista non interviene assolutamente con un giudizio, descrive semplicemente i fatti e lascia lo spettatore solo con le proprie riflessioni, mentre i titoli di coda scorrono senza musica. L'approccio documentaristico sembra un terreno molto consono per il regista americano, che ama usare la videocamera come occhio che osserva e registra. L'essere umano e' al centro della sua ricerca e probabilmente Mills indaga i limiti che sente propri e che forse riesce a risolvere attraverso il suo lavoro. Non a caso, l'ultimo progetto di Mills, intotolato Humans, inserisce temi personali in oggetti di produzione industriale come posters, t-shirts, borse, tessuti. Incredibili anche la serie di music videos per Blonde Redhead girati quest'anno; sono perfetti ed impeccabili nella loro semplicita' quanto per l'impatto emotivo raggiunto. Protagonisti ancora una vota i volti, i corpi, angoli della citta', le parole. Top Ranking con Miranda July e' il risultato incredibile di un'idea semplicissima: una mossa al secondo. My Impure Hair e' una ripresa a camera fissa di una strada in una citta' americana. The dress solo primi piani di persone in lacrime su sfondo nero. In Silently, le parole in bianco su schermo nero descrivono l'azione.

Quello che si evince dal lavoro di Mills e' un profondo amore per l'essere umano ed e' la videocamera il mezzo che gli permette di ispezionare i volti della gente, di catturare le emozioni su quei volti. In una recente intervista, Mills confessa di essere interessato alle persone che faticano a trovare il loro posto nel mondo, che cercano di trovare una via possibile.
Mi verrebbe da pensare che il regista voglia filmare l'anima, cercando di raggiungere quello che rende prezioso e speciale ognuno di noi, compresi i nostri limiti di esseri umani.

http://www.bfi.org.uk
http://mikemillsweb.com


2 dicembre 2007


Beck - Pay No Mynd (Snoozer) - 1994


that's why

I pay no mind
sleep in slime
I just got signed


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Beck Pay No Mynd videoclip

permalink | inviato da kulturadimazza il 2/12/2007 alle 18:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
sfoglia     novembre        gennaio
 
rubriche
Diario
Link
culture pop (e viceversa)
Cinema
Musica
Politica
Media
Festival & co.
Corti

HOMEPAGE


Rapporto Confidenziale
cinemino
Digicult
cerca
me l'avete letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom