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RAPPORTO CONFIDENZIALE
rivista digitale di cultura cinematografica
NUMERO18 - ottobre 2009

gratuita, libera, indipendente
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«il talento fa quello che vuole, il genio quello che puo'. Del genio ho sempre avuto la mancanza di talento»
Carmelo Bene

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Rapporto Confidenziale
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30 giugno 2007


Zidane, un Portrait du 21e Siècle di Douglas Gordon e Philippe Parreno, 2006


Inizio a pubblicare, in ordine sparso, alcune parti dell'articolo sul SonarCinema che ho redatto per Digimag n.26 (e-zine del portale Digicult) e che sarà disponibile online da lunedì 2 luglio.

DIGIMAG LUGLIO/AGOSTO: Lunedì 2 Luglio sarà online il nuovo numero doppio di Digimag 26, per il bimestre estivo di Luglio/Agosto. Come sempre tantissime le interviste, i report e gli articoli sul mondo dell'arte elettronica contemporanea. Da Kurt Hentschlager dei Granular Synthesis ai Transforma, da Mark Coniglio ai direttori del Sonar, da Sonia Cillari a Decoder, per arrivare al report completo del festival di Barcellona e ai consueti approfondimenti e riflessioni sui temi più attuali della cultura e delle arti digitali.

Zidane, un Portrait du 21e Siècle

Regia e Sceneggiatura: Douglas Gordon e Philippe Parreno; Fotografia: Darius Khondji; Montaggio: Hervé Schneid; Mixaggio: Tom Johnson; Musiche originali: Mogwai; Produzione: Anna Lena Films et Naflastrengir; Distribuzione: United International Pictures; Paese: Francia/Islanda; Anno: 2006; Durata: 90'.

“Dal calcio d'inizio al fischio finale. Madrid, Sabato 23 aprile 2005. Chi avrebbe potuto immaginare che nel futuro ci si potrà ricordare di questo giorno straordinario come d'una passeggiata in un parco. Faccia a faccia, il più vicino possibile, per il tempo più lungo possibile”. Con queste parole, sotto forma di didascalie a corredo dell'immagine, si aprono i 90 minuti di “Zidane, un Portrait du 21e Siècle”, straordinario documento d'arte audiovisiva in bilico fra il concettuale e l'agiografia di un mito contemporaneo.
Il film, realizzato dalla coppia di artisti composta da Douglas Gordon e Philippe Parreno, racconta l'intero svolgimento della partita del campionato spagnolo fra Real Madrid e Villareal che ha avuto luogo nell'imponente Santiago Bernabeu sabato 23 aprile 2005. La racconta però disinteressandosene completamente perchè il suo unico scopo è quello di pedinare con 17 telecamere ogni singolo movimento di Zinédine Zidane, componendone un ritratto che gioca con la durata reale dell'evento. L'operazione si ispira al documentario realizzato per la tv tedesca (trattasi della Germania dell'ovest) dal filmmaker tedesco Hellmuth Costard che nel 1970 riprese le gesta del leggendario George Best durante una partita fra il Mancester United ed il Coventry City ("Fußball wie noch nie", conosciuto anche con il titolo "Soccer As Never Before") e si innesta nel multiforme percorso artistico che i due quarantenni portano avanti singolarmente da qualche decennio. Rispetto al lavoro di Costard cambiano i mezzi di produzione dell'immagine e di registrazione e post-produzione del suono. Per l'immagine sono state utilizzate ben diciassette telecamere 35mm in alta risoluzione capaci di cogliere dettagli da una distanza che appare siderale e dirette dall'operatore Darius Khondji (celebre direttore della fotografia che vanta collaborazioni di primissimo piano, dal popolarissimo “Se7en” di David Fincher, passando per "Io ballo da sola" di Bernardo Bertolucci; ha lavorato con nomi del calibro di Alan Parker, Roman Polanski, Woody Allen e Sydney Pollack). Anche il suono è assolutamente stupefacente, capace di cogliere addirittura il rumore dei passi di Zidane sull'erba del Bernabeu. E’ proprio l’elemento sonoro a tessere fra loro i singoli istanti ed i differenti punti di vista in una trama del tempo reale, tutt’altro che “naturale” ma altresì artificiale. La dimensione extra-terrena, definibile come siderale, oltre a costituire un punto costante nella produzione artistica sia di Serrano che soprattutto dallo scozzese Douglas Gordon, è esplicitamente evocata nell’unico momento di distacco dai movimenti per il campo di Zizou. Quando finisce il primo tempo della partita vediamo una serie di fatti accaduti nel mondo, sulla terra, in quel sabato 25 aprile 2005, fatti piccoli ed eventi importanti che si consumano e scorrono davanti ai nostri occhi come uno spettacolo senza senso. Raccontati in pochi frame ed accompagnati dalla patètica musica dei Mogwai (patètico da intendersi come aggettivo volto a definire ciò che suscita commozione e compassione), a ricordarci che l'esistenza non ci appartiene e che tutto scorre incessante e senza senso. Quando le immagini ci portano a Najaf, fra le macerie di un attentato esplosivo che causò la morte di nove persone, fra il fumo e la gente ferita l'occhio scorge una maglietta con sopra scritto il nome Zidane. Fra queste immagini ne troviamo alcune che raccontano dei confini dell’universo conosciuto, ponendo l’intera operazione sotto la luce spazia e temporale d’un qui-e-ora congelato ed archiviato per i posteri d’un futuro siderale ed impreciso. Da qui il senso complessivo dell’operazione richiamato dal titolo, ritratto del XXI secolo, e dall’incipit didascalico che apre la pellicola: “Dal calcio d'inizio al fischio finale. Madrid, Sabato 23 aprile 2005. Chi avrebbe potuto immaginare che nel futuro ci si potrà ricordare di questo giorno straordinario come d'una passeggiata in un parco. Faccia a faccia, il più vicino possibile, per il tempo più lungo possibile”.
Come un presagio di quella che sarà la sua ultima partita, a pochi istanti dalla conclusione del match Zizou verrà espulso e lascerà il campo fra gli applausi. In questo film c'è tutto Zinedine Zidane, nel bene e nel male, con il suo strano modo di muoversi per il campo assorto in un silenzio oscuro ha illuminato quest'ultimo decennio di calcio, come una cometa luminosa lascia una scia che per anni e anni tutti potremo ancora ammirare e ricordare, ma nascondendo la sua reale natura, lontana e sfuggente.
E' un film d'una struggente malinconia che prende la bocca dello stomaco.

Ha partecipato fuori concorso al Festival di Cannes 2006, è stato distribuito nelle sale francesi e nominato ai Cesar Awards (l'equivalente transalpino dei nostri David, o se si preferisce degli Oscar americani) nella categoria miglior documentario. Fra i produttori associati figura la torinese Fondazione Sandretto Re Baudengo, un poco di Italia per un'opera straordinaria.

>>>link:
http://www.uipfrance.com/sites/zidane/
http://www.cahiersducinema.com/article803.html


30 giugno 2007


The Messengers di Danny e Oxide Pang, 2007


Trasferirsi da una grande metropoli come Chicago, per andare a vivere in una scalcinata fattoria dispersa nel nulla desolato del North Dakota, non è cosa semplice. Figuriamoci se può esserlo per una ragazza di sedici anni (Kristen Stewart) coattamente traslocata dai famigliari (Dylan McDermott e Penelope Ann Miller). Se poi ci aggiungi che in quell'abitazione anni addietro si consumò un'efferata strage, che il tuo fratellino di tre anni vede in continuazione (per nulla spaventato) orribili cadaveri deambulare per casa e che, oltretutto, tutti attorno a te (in primis i tuoi genitori) iniziano a credere che qualcosa nella tua testa non funzioni correttamente, allora la tua situazione è davvero un terribile casino.
“The Messengers” lasciava presagire qualcosa di buono, delineandosi – “a scatola chiusa” – come un prodotto piuttosto interessante per tre ordini di motivi. Il primo è dato dall'altisonante nome del produttore, quel Sam Raimi che, prima di rimanere intrappolato nella tela di Spiderman (all'interno della quale peraltro qualcosa di ottimo ha pur sempre fatto), nel corso della sua carriera ha saputo firmare alcune delle opere più interessanti del genere horror; film epocali del calibro de “La casa” nel 1981 e “L'armata delle tenebre” nel 1992 sono i suoi fiori all'occhiello. Il secondo motivo è legato alla natura del progetto che, a differenza di molti suoi simili, non è replica (cinematograficamente dicesi 'remake') di qualche film orientale ma è una storia interamente made in U.S.A. che certo, come ogni prodotto hollywoodiano, rubacchia qualcosa qua e la (l'ambientazione, la tragedia che apre la vicenda, gli uccelli che attaccano inspiegabilmente l'uomo) ma nel complesso cerca una strada propria ed originale per “arrivare” al pubblico. Il terzo motivo d'interesse è legato ai registi. I Fratelli Pang (Danny e Oxide), gemelli assolutamente identici, giunti alla notorietà planetaria con la regia di “Bangkok Dangerous” ma soprattutto con “The Eye”, si misurano qui con la loro prima esperienza hollywoodiana e grande era fra la critica ed i fans la curiosità nel verificare se e come fossero riusciti a portare il stile nella patria del cinema commerciale.
Ma il problema del film risiede proprio nel perverso, e scadente, esito al quale sono giunti i tre motivi che “a scatola chiusa” lo facevano sembrare un piatto ghiotto.
Sam Raimi nel ruolo di produttore pare non averne beccata davvero neanche una. Da una parte il cast non risulta molto stimolante agli occhi del pubblico e poi pure la scelta delle location non brilla certo per originalità. Se a questo si aggiunge il fatto che la pellicola dopo un pessimo screening test è stata, per volontà del produttore, nuovamente girata in alcune sue scene ma non dai registi che l'hanno poi firmata ma da un altro anonimo realizzatore, facilmente si comprenderà che ogni possibile critica al film debba trovare proprio in Raimi un bersaglio su cui riversare gran parte delle proprie critiche tranchant. Ad onor del vero bisogna però puntualizzare che il produttore in questione è lo stesso che mise in essere per la tv opere del calibro di "Xena principessa guerriera" e "Young Hercules", veri e propri oggetti stra-cult dotati d'un estetica assolutamente pop-trash epocale.
La sceneggiatura è sì originale, ma camuffa dentro di sé tutti i possibili cliché del genere non riuscendo davvero mai a stupire lo spettatore che salta sulla sedia della sala solamente a causa delle pavloviane scariche di decibel tese a terrorizzare anche un sordo (a causa del repentino, ed a mio avviso pericoloso, spostamento d'aria).
La regia dei fratelli Pang risulta piatta e scarna, priva di alcuna invenzione o quanto meno d'un qualche guizzo che ne giustifichi la buona stampa che circondava il loro nome.

Certo la recensione in questo caso è decisamente definibile come 'critica', penso che però possa avere dalla sua l'onesta nei confronti del gusto di chi scrive e soprattutto il pregio di non rivelare alcunché della trama lasciando il piacere della visione che ogni recensione dovrebbe salvaguardare prima d'ogni altra cosa.

L'articolo è pubblicato su La Voce d'Italia


30 giugno 2007


culture pop (e viceversa) #71




20 giugno 2007


Jeff Mills "The Bells" @ Sonar 2007


ricordo questo momento come uno dei più emozionanti in assoluto, mi si accappona ancora la pelle. sul web è possibile trovare di tutto; con ogni probabilità è possibile ricostruire ogni attimo del Sonar 2007. Se ogni cosa fosse condivisa con la data e l'ora esatta, e magari con integrato un sistema di indicazione spaziale (il gps potrebbe già bastare), sarebbe possibile ricreare in virtuale l'intero evento. Immagino che fra qualche anno tutto ciò sarà possibile. Intanto lavoro ad un articolo per Digimag di luglio-agosto (e-mag di arti digitali e cultura elettronica del portale Digicult) sul SonarCinema, che ovviamente sarà pubblicato pure sul kulturadimazza... pagherei oro per salire sul palco a ballare con un passamontagna smiley mentre suona Jeff Mills e nel pieno dell'ultima notte del Sonar!



19 giugno 2007


Ocean's Thirteen di Steven Sodebergh, 2007


Ocean's Thirteen

Torna dopo tre anni di “latitanza” dal grande schermo la banda di Danny Ocean (George Clooney) e questa volta, dicono i realizzatori, dovrebbe essere l'ultima. Dovrebbe, perchè dalla visione pare invece il contrario; se volevano lasciarsi qualche porta aperta per ogni possibile evenienza direi proprio che non hanno esitato a farlo. Ma qui già parlo del finale, errore madornale per un film costruito come un congegno ad orologeria dalla coppia di sceneggiatori Brian Koppelman e David Levien che dimostrano, in maniera definitiva, di muoversi con completa naturalezza all'interno di quel vasto filone cinematografico dei “colpi gobbi” e dei raggiri (Koppelman e Levien hanno infatti scritto uno dei migliori film sul poker degli ultimi tempi - “Il Giocatore” di John Dahl). Questa loro dimestichezza con la “materia” ha permesso al film di strutturarsi in maniera chiara ed efficace attorno alla motivazione che spinge la banda di Ocean ad architettare ed eseguire uno dei colpi più incredibili della storia del cinema.

La motivazione. Ovvero “la trama”.
Las Vegas (oggi). Nella capitale mondiale del gioco d'azzardo fare business gestendo casinò è un'attività riservata unicamente agli affaristi più spietati, a quegli individui sempre disposti al tradimento, il cui unico valore morale è il profitto. Willy Bank (Al Pacino) è la personificazione di questo istinto: è il proprietario dei migliori casinò del pianeta (tutte le sue strutture sono state insignite del prestigioso Five Diamond Award) ed ha in costruzione il suo nuovo gioiello, un oltre-lusso hotel-casinò, del quale però non detiene l'intero controllo, perchè suo socio nell'affare è Reuben Tishkoff (Elliot Gould). L'avidità porterà Bank alla rottura di quel patto fiduciario chiamato amicizia che dall'epoca di Frank Sinatra li legava. Sarà proprio la sottovalutazione di questo sentimento a mettere Bank/Pacino in una brutta situazione.
Perchè il povero Reuben, immobilizzato a letto da un infarto e dalla depressione per il colpo ricevuto, non è una persona qualunque, ma il membro anziano della banda di Ocean, nonché mentore ed amico d'ognuno. Sarà dunque la vendetta, motivata dall'amicizia, il motore che metterà in azione ancora una volta l'allegra brigata dei criminali più cool di Hollywood...

L'americanata.
Con il termine americanata si intende quel tipo di cinema caratterizzato da un susseguirsi di azioni improbabili perchè incredibili. L'intera operazione cinematografica messa in piedi da Steven Sodebergh & co. potrebbe tranquillamente essere etichettata con questo termine, se non fosse che la sua connotazione dovrebbe tramutarsi da negativa a positiva, dal momento che lo stile registico è costantemente impeccabile dal punto di vista formale (al sottoscritto ha impressionato molto la bellissima fotografia firmata dal regista sotto lo pseudonimo di Peter Andrews) perchè riesce nell'impresa di far apparire plausibile ciò che difficilmente potrebbe esserlo.
Distruggere finanziariamente Bank per fargliela pagare attraverso un piano elaborato, pericoloso e maledettamente difficile da realizzare che vedrà impegnata l'intera banda in una serie di funanbolici colpi di genio. Verranno addirittura utilizzate le due trivelle che scavarono il tunnel sotto la manica...

Le super-star d'un cast stellare.
“Ocean's Thirteen” riunisce per la terza volta il cast che ha composto i primi due episodi. George Clooney interpreta l'oramai famigliare ruolo di Danny Ocean, un ruolo che sembra essergli stato cucito addosso allo stesso modo degli elegantissimi completi che indossa per tutta la pellicola. Brad Pitt è Rusty Ryan, il tattico della crew. Matt Damon è Linus Caldwell, il giovane del gruppo che finalmente riuscirà ad avere un ruolo più attivo nella pianificazione e nell'esecuzione del colpo. Don Cheadle, Bernie Mac, Casey Affleck, Scot Cann, Eddie Jemison, Shaboo Qin e Carl Reiner sono gli attori che completano il team che cercherà di rovinare l'esistenza del perfido Willy Bankl, uno splendido Al Pacino che da l'impressione di aver recitato la parte senza alcuno sforzo tanto il personaggio sembra appartenere alle sue corde. L'unica donna del film è Ellen Barkin che veste i panni (per la precisione un tailleur rosa) della professionale assistente di Bank. Ancora una volta Andy Garcia è Terry Benedict, l'acerrimo nemico di Ocean, che verrà coinvolto nel segno della vecchia massima per cui “il nemico del tuo amico è un tuo amico”.

Il vero colpo.
Nel film la banda di Ocean compie la sua complessa macchinazione per ricompensare l'affetto di Ruben lasciando da parte ogni profitto economico ma, nella realtà, “Ocean's Thirteen” ha tutte le carte in regola per puntare alla scalata dei box office di tutto il mondo. Col suo perfetto mix di glamour, azione, dialoghi esilaranti, star carismatiche, musica coinvolgente (realizzata dall'oramai sodale David Holmes), fotografia strabiliante, scenografie da mille e una notte ed una regia impeccabile, il probabile ultimo episodio della serie si dimostra un vero campione dell'entertainment. Un congegno ad orologeria costruito per piacere al maggior numero di spettatori possibile. Questo è il cinema, questa è Hollywood...

L'articolo è pubblicato su SpazioFilm.it


18 giugno 2007


Sonar 2007. Come back with Satisfaction


Di ritorno dal Sònar. Nella testa rimbomba ancora tutto. Uno spettacolo strepitoso, una goduria per gli occhi, le orecchie e tutto il resto. Una vera soddisfazione!!!!


13 giugno 2007


Sonar 2007. SonarCinema


Sònar 2007
14° Festival Internacional de Musica Avanzada y Arte Multimedia de Barcelona.
14, 15, 16 Junio 2007

CCCB, Centre d'Art Santa Monica, Fira Gran Via - Barcelona

[ecco dove saremo nei prossimi giorni]

Come ogni anno l'Auditorium del Centro di Cultura Contemporanea di Barcellona (CCCB) ospiterà durante le tre giornate di festival SONARCINEMA.
A ben guardare ciò che manca alla sezione SonarCinema è proprio il cinema. Quel cinema che va sotto il nome di film. Tutto tranne i film. E questa assenza non è per niente casuale o episodica dal momento che spesso, in questa tipologia di festival musicali, viene posta grande attenzione soprattutto alle sperimentazioni audiovisive a discapito di ciò che comunemente chiamiamo film. Proprio da questo scarto nasce l'idea DJCINEMA, ma questo è un altro discorso.

SonarCinema

>programma

Awesome; I Fuckin' Shot That! (90 min)
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Dir. Nathaniel Hörnblowér
Cinquanta videocamere, cinquanta punti di vista differenti dai quali osservare – dall'interno – il concerto che il 9 ottobre 2004 i Beastie Boys hanno tenuto al Madison Square Garden di New York. Il risultato sono 75 ore di girato condensati in 90 immersivi minuti di visione; unità di tempo e luogo restituita attraverso un punto di vista molteplice. Dietro lo pseudonimo di Nathaniel Hörnblowér si nasconde Adam Yauch, ovvero MCA, sodale collaboratore del trio più celebre dell'hip-hop mondiale.

Koichiro Tsujikawa (50 min) curated by Hybrid
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Attraverso una retrospettiva dei suoi miglior videoclip si avrà modo di cogliere il particolare stile del regista giapponese Koichiro Tsujikawa, conosciuto ai più per la sua collaborazione con Cornelius (per il quale ha realizzato pure l'ultimissimo "Like a Rolling Stone"). Il suo stile totalmente personale si caratterizza per una visione surreale della realtà e si concretizza attraverso una tecnica capace di modulare il più sfrenato high-tech con le tradizionali tecniche di stop-motion.

Zidane, un portrait du 21e siècle (90 min)
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Dir. Douglas Gordon and Philippe Parreno
Zidane nei panni di se stesso. È il 23 aprile del 2005, 17 telecamere sincronizzate, dirette dal grande operatore Darius Khondji, sono entrate nello stadio del Real Madrid, il Santiago Bernabeu. Tutti gli obiettivi sono su Zinédine Zidane, pluricampione di origini franco-algerine, spesso considerato uno tra i migliori giocatori del mondo, che nella sua carriera calcistica ha vinto praticamente tutto. Zizou viene ripreso per tutti i novanta minuti della partita, spesso in primi piani del volto, del corpo e, naturalmente, dei piedi. L’esperienza su cui i registi si concentrano è di tipo sinestetico. Lo spettatore viene immerso nel viso e nei movimenti del giocatore, corre accanto a lui. Il cinema riesce così a destrutturare il concetto di evento: ci si dimentica di assistere a una partita di calcio e l’avvenimento sportivo viene meno. Si corre accanto al giocatore, il sudore scende dalla testa di Zidane, ci si concentra sulle espressioni, immobili e tese, del taciturno protagonista, uno che alle parole preferisce il pallone, con il quale sembra danzare. Il documentario passa attraverso prodezze e tempi morti, tattiche e pensieri fuori campo, nel tentativo di scoprire l’uomo che c’è dietro allo sportivo. Frutto di un grande lavoro sul montaggio e sul suono, quest’ultimo rilavorato interamente in studio (dai cori dello stadio alla palla colpita dagli scarpini), il film ha partecipato fuori concorso nella sezione Un Certain Regard all’edizione 2006 del Festival di Cannes e in Francia è stato distribuito nelle sale con grande successo di pubblico. Colonna sonora realizzata dai Mogwai, ovviamente presenti al Sonar.

Devo (30 min)
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I videoclip dei Devo sono stati fra i primi esempi di pop culture post-moderna, capaci di anticipare i tempi e di dettare le linee di tendenza per gli sviluppi di questa attività. Lo-fi e kitsch, i video dei Devo sono stati anche una riflessione sul contemporaneo. La selezione compiuta dal Sonar, in occasione della loro prima esibizione europea dopo più di quindici anni, si pone l'obiettivo di fare giustizia e ricordare la centralità del loro apporto al mondo della musica come oggi lo conosciamo. Si potrebbe forse dire che prima di MTV ci furono i DEVO.

Sónar around the world. Import/Export
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L'autoreferenzialità è una malattia inevitabile. Questo documentario realizzato dalla Televisió de Catalunya ripercorre i quattordici anni del festival seguendo gli organizzatori per un intero anno in giro per il mondo. Da evento locale il Sonar si è trasformato con gli anni in una fabbrica di creatività che ha contagiato l'inero pianeta, giungendo fino a Buenos Aires, a Tokio come pure a Seoul.

Too Much Reality, curated by Pauline Doutreluingne and Beatriz Leanza (30 min)
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La Cina sarà per la prima volta presente al Sonar con una nutrita rappresentanza dei suoi più talentuosi musicisti di musica avanzata. Anche la sezione cinematografica del festival dedica all'enorme paese asiatico una retrospettiva, curata da Pauline Doutreluingne e Beatriz Leanza di Platform China, che porterà in scena 5 cortometraggi (due dei quali sono animazioni) che testimoniano l'enorme varietà dell'offerta creativa del gigante asiatico.

QOOB.TV (30 min)
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Una delle poche presenze italiane di questa quattordicesima edizione del Sonar è il canale digitale Qoob (sviluppato da Telecom Italia Media in collaborazione con MTV Italia) che attraverso una selezione dei migliori contributi audiovisivi uploadati dagli utenti porterà in scena il potenziale artistico del web. Dopotutto il suo motto è “Broadcasting Ideas”.

Derailroaded: Inside the Mind of Wild Man Fischer (85 min)
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Descritto come il collegamento mancante fra Syd Barrett e Homer Simpson, Larry “Wild Man” Fischer è una leggenda vivente del songwriting d'autore ed una delle voci più eccentriche dell'underground americano delle ultime tre decadi. “Derailroaded”, il documentario diretto da The Ubin Twinz, segue il percorso artistico di questa figura di cult - musicista “barbone”, cantante psicotico, artista paranoico - che ha affascinato Frank Zappa (con il quale ha collaborato per due dischi) ed altre celebrità della controcultura pop nordamericana, compreso Mark Mothersbaugh (membro di Devo, ma anche ottimo compositore per il cinema) con il quale ha registrato molti dei suoi leggendari album.

Black and White – Electronic Short Films (40 min)
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L'uso del bianco e nero, come pure di metodi anti-convenzionali, è l'unico tratto comune che lega fra loro le differenti opere presentate in questa selezione che include alcuni dei più interessanti artisti della scena audiovisiva digitale degli ultimi cinque anni. Opere in cui la grafica e la musica elettronica tendono a fondersi indissolubilmente fra loro.

Short sound films, curated by Zev Robinson (40 min)
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Il video artista, fotografo, pittore e curator Zev Robinson, responsabile del progetto Artafterscience, seleziona un'eterogenea rosa di cortometraggi in cui la musica ed il suono hanno un ruolo centrale. Robinson realizza un compendio di vario audiovisivo che spazia dalla militanza di Jem Cohen all'acutezza del leggendario Negativland, dell'estetico ed insolito Dionis Escorsa allo scrupoloso lavoro dell'artista belga Anouk De Clerq.

Clips (40 min)
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Ampia selezione dei migliori videoclips degli ultimi anni. Ad oggi però non è ancora dato sapere cosa si vedrà. C'è da fidarsi?

 

link:
Sonar. official site
SonarCinema
Digicult presenta il festival


12 giugno 2007


My Best Friend's Birthday di Quentin Tarantino, 1987


My Best Friend's Birthday
regia: Quentin Tarantino; sceneggiatura: Craig Hamann e Quentin Tarantino; fotografia: Roger Avary, Scott McGill, Roberto A. Quezada e Rand Vossler; montaggio: Quentin Tarantino; sonoro: Dov Schwarz; anno: 1987; durata: 34' (in originale 69').

interpreti: Craig Hamann, Quantin Tarantino, Crystal Shaw, Allen Garfield, Al Harrell, Brenda Hillhouse, Linda Kaye, Stevo Polyi, Alan Sanborn, Rich Turner e Rowland Wafford.

Il primo film firmato da Quentin Tarantino risale al 1987 e si intitola "My Best Friend's Birthday" e già dal titolo è chiara la trama. Il film può essere considerato una commedia degli equivoci, dai caratteri decisamente esilaranti. Il film è "figlio" della mitica permanenza del regista al videonoleggio lasongelino Manhattan Beach Video Archives, tutto il cast proviene da lì come pure i circa seimila dollari che servirono a finanziarlo e che il proprietario trattenne dagli stipendi. La storia produttiva è emblematica della natura underground dell'operazione: bianco e nero (pessimo) girato in 16mm e rovinato in fase di sviluppo (tant'è che dei 69 minuti originali se ne salvarono solo 34).
Il fatto che sia di difficile reperibilità non autorizza certo a dimenticarsi della sua esistenza, anche perchè nella mezz'ora sopravvissuta sono già riscontrabili parte di quelle marche autoriali che lo renderanno uno dei registi più importanti del cinema contemporaneo. Da vedere. Soprattutto da trovare...


11 giugno 2007


Lacquer ·· Behind. video direct by Olivier & Michel Gondry, 2003


Lacquer Behind
released January 2003
directors Olivier & Michel Gondry
producer Charlotte Marmion
line producer Paul Hahn
cinematographer David Lanzenberg
editor Sam Danesi
post production Partizan Midi Minuit
executive producer Charlotte Lepot
production company Partizan Midi Minuit

video
.ram high-res
.ram low-res
Lacquer - site

**** www.director-file.com ****

BEEP! "Hey, it's me. So, I'm leaving LA tomorrow... I'll pick you up in New Mexico by Tuesday... We have to be in New York by Saturday so... I'll see you soon!" click!

Olivier "Twist" Gondry, Michel's brother and visual effects guy for many years, begins his quest into direction with a video that sets two guys careening across America in a vintage Chrysler convertible - a 1966 Chrysler 300 to be exact. RES's Sandy Hunter: "The video consists of digitally fast forwarded time lapse 16mm photography shot from a rig set up in the back seat. The entire seven-day journey, shot at one frame per second of driving (one frame per 10 seconds at night) is compressed into less than four minutes."

The Gondry spirit comes through in Olivier's editing, synchronizing the song with the scenery and showing countless little tidbits of life. We get to see each night's motel stay, and stops for map-checks and car washes. We also get to see the dramatic, slow beauty of the weather, and the variety of American landscapes: skyscrapers, towering bluffs, limitless sky, and unending freeway.

Like Star Guitar, a psychedelic trip through the French landscape, Behind delivers a picture of America that is celebratory and, for me, filled with love for the country I live in. The song hums along: "Yooou-oo-oo-oo-oo, and your smile!" while the two gentlemen end their journey in NYC's blazing night, exit the car, and perhaps go for coffee.

Behind is included on the May/June 2003 RES DVD "resonance." The clip is online also at lacquersound.com.

The concept of Behind is predated by a Lars von Trier concept (and a video directed by Åke Sandgren) called Highway of Love for the Danish band Laid Back. Filmed in 1990, it features the band in a sort of reverse trek across the United States, from New York to San Francisco. You can see Highway of Love at Laid Back's official site by double-clicking the 'video clips' icon. (And check out Bakerman and Bet it on You. Both were directed by von Trier around the same time.)

**** www.director-file.com ****


8 giugno 2007


re-stiling



Avrete notato i cambiamenti. Purtroppo al momento ci sono dei problemi di visualizzazione con il browser Internet Explorer ed un poco di confusione diffusa. Tempo e pazienza sono il passo successivo per uscire da questa versione beta.




permalink | inviato da kulturadimazza il 8/6/2007 alle 0:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa


7 giugno 2007


Grindhouse - A prova di morte di Quantin Tarantino, 2007


Grindhouse – A prova di morte

Regia, sceneggiatura e fotografia: Quentin Tarantino. Interpreti: Kurt Russell, Rosario Dawson, Rose McGowan, Freddy Rodríguez, Quentin Tarantino, Michael Biehn, Josh Brolin, Stacy Ferguson, Naveen Andrews, Michael Parks, Eli Roth, Danny Trejo. Paese: USA. Durata: 116'

recensione:

Un mezzo a motore (benzina, cilindri e lamiera) che ti ossessiona d'un tratto l'esistenza mettendo a repentaglio la tua vita lo si è già visto parecchie volte al cinema (su tutte il bellissimo 'Duel'), questa volta la variabile è data dalla preda, un branco di donne. Il film è pieno di curve, ma la morte arriva sempre in rettilineo sfrecciando a 200 miglia all'ora. Corrono veloci pure i dialoghi, dentro alle auto (come l'apertura di 'Pulp Fiction') e seduti ad un tavolo (come ne 'Le Iene'), dopotutto è Tarantino, anzi un Tarantino all'ennesima potenza, quasi una caricatura di sé stesso. Dal film molti si aspettavano molto (il sottoscritto compreso) e molti si pronunciano delusi (nemmeno 'Jackie Brown' entusiasmò i più). Io non sono di quest'avviso, ritengo che il film sia ottimo, perchè perfetto nel suo genere di film figlio unico senza fratelli né sorelle. Parole, morti, alcool, cinema, donne e motori (che poi lo si sa, son gioie e dolori) sono la struttura portante dell'ultima architettura edificata da Tarantino. La genesi del film è complessa, complicata la distribuzione - causa insuccesso al box office d'oltreoceano. A me risulta che ad oggi negli Stati Uniti il film abbia incassato 25 milioni di dollari, a fronte di un costo di circa 100 milioni. Un disastro commerciale notevole, al quale si cerca di rimediare dividendolo in due distinte pellicole (quando vedremo il 'Planet Terror' di Rodiguez?). Rispetto alla versione distribuita negli States sono stati aggiunti una ventina di minuti. Ora è possibile vedere la lapdance di Vanessa Ferlito e le sequenze in bianco e nero che aprono la seconda parte dell'ultimo Tarantino.
Quentin si conferma quale regista e sceneggiatore post-moderno per eccellenza dissolvendo nel suo stile la funanbolica catena di citazioni che costellano la pellicola. Ogni suo lavoro contiene al suo interno una galassia di rimandi che se osservata con attenzione contiene perle capaci di risollevare l'apatia spettatoriale che può contagiare qualunque cinefilo stanco. Lasciarsi suggestionare dai suoi suggerimenti inseguendo pellicole oscure e dimenticate è una modalità di visione che il suo cinema offre ad ogni occhio, ad ogni cervello. L'amore per il cinema dimostrato da Tarantino commuove per follia e scapestrato entusiasmo, ed è dunque un gran peccato che il progetto 'Grindhouse' non sia stato accolto positivamente dal pubblico, perchè difficilmente potrà ancora capitare una produzione cinematografica che vorrà portarci al cinema a vedere "2 film al prezzo di 1!". Dopotutto andare al cinema costa... e qualche regista pare ancora ricordarselo. Viva il Cinema! Viva Quentin Tarantino!

EXTRA
Catalogo di risorse in stile DVD extra. Ampliare piuttosto che ridurre, perchè ogni analisi possibile è riduzione del potenziale di significazione della pellicola, ed è ora di prenderne definitivamente atto. L'extra n.1 è dedicato alle citazioni cinematografiche esplicite.

>>> Citazioni esplicite:
Il film di Quentin Tarantino cita esplicitamente tre pellicole di quel cinema americano degli anni 70 a cui fa riferimento il titolo 'Grindhouse'. Pellicole appartenenti al genere exploitation, puro entertainment fatto di sesso, violenza ed emozioni forti. Realizzato con pochi mezzi ma capace in alcuni casi di regalare perle di cinema.

PUNTO ZERO
Vanishing Point di Richard C. Sarafian, 1971

ZOZZA MARY, PAZZO GARY
Dirty Mary Crazy Larry di John Hough, 1974

ROLLERCAR SESSANTA SECONDI E VAI!
Gone in 60 Seconds di H.B. Halicki, 1974

PUNTO ZERO
Vanishing Point di Richard C. Sarafian, 1971

Recensione di Alberto Moravia
Un certo Kovalski, ex combattente decorato al valore militare, ex agente di polizia, ex corridore automobilistico, diventato hippy a tutti gli effetti, scommette con il suo fornitore di droga di percorrere in un certo numero di ore la distanza tra Denver in Colorado e San Francisco in California (a bordo di una Dodge Challenger elaborata del 1970. kdm note). Perché? Non c’è perché, è una sfida ai limiti naturali (del corpo e della macchina) e sociali (le norme stradali) in nome della più assoluta e anarchica delle libertà. Kovalski sale dunque sopra un’automobile di tipo commerciale ma con il motore truccato e si slancia nella sua corsa verso l’ovest sui rettifili interminabili e attraverso le steppe e i deserti del Colorado, del Nevada e della California. Naturalmente la polizia gli dà la caccia. Ben presto l’ansia di velocità di Kovalski e la volontà della polizia di far rispettare le norme del codice stradale, acquistano un significato simbolico. Alla trasformazione della gara di velocità tra polizia e Kovalski, in una lotta ideologica tra repressione e liberazione, contribuisce soprattutto un cantante cieco, negro, impiegato nell’ufficio telegrafico di una sperduta località del deserto, il quale interviene nelle trasmissioni radio con esaltazioni e incitamenti a Kovalski e irrisioni e biasimi alla polizia. Per il negro isolato nel suo villaggio e rinchiuso nella sua cecità, Kovalski è l’ultima incarnazione dell’individualismo americano, l’ultima personificazione della gloriosa e cavalleresca corsa dei pionieri verso l’ovest. Così attraverso i mass-media il nome di Kovalski diventa tutt’a un tratto popolare, riempie gli spazi con la radio, le testate dei giornali con i titoli. Intanto Kovalski continua a correre a perdifiato attraverso i deserti dell’America, “seminando” le motociclette e le automobili della polizia con le più spericolate acrobazie automobilistiche. Dopo avere fatto uscire di strada e rovesciare nel polverone molti degli inseguitori, Kovalski si getta nel deserto. Strano deserto degli anni settanta. Vi si aggirano falsi pellerossa drogati, banditi di strada, ragazze nude in motocicletta, cacciatori di serpenti, comunità hippy mistiche e promiscue. La polizia caccia invano Kovalski; imbestialiti i poliziotti se la prendono con il cantante cieco, invadono l’ufficio telegrafico, riempiono di botte l’esaltatore del corridore solitario. Ma l’avventura di Kovalski volge alla fine. Sembrerebbe che debba concludersi nella maniera tradizionale, con la celebrità e l’offerta di un grosso assegno da parte di una fabbrica di automobili. Cioè con l’integrazione del ribelle nella vorace società americana. Ma non è così. La corsa di Kovalski non è verso l’integrazione ma verso la morte. In California, Kovalski si uccide gettandosi di sua volontà contro lo sbarramento della polizia. Questo Punto zero di Richard Sarafian (di cui abbiamo recensito una settimana fa un altro notevole film Frammenti di paura) sta tra Easy Rider di cui riprende il motivo della corsa attraverso l’America e Zabriskie Point di cui sembra ripetere lo schema della lotta impari tra establishment e controcultura. Ma è superiore al primo per il virtuosismo tecnico della corsa e per la sensibilità paesaggistica. E regge il confronto con il secondo, sia perché Barry Newman nella parte di Kovalski è di tanto superiore a Mark Frechette, l’eroe di Antonioni; sia perché l’invenzione straordinaria del cantante cieco negro vale almeno quanto quella dell’amore nella Valle della Morte nel film del regista italiano. Ma Sarafian, come tutti gli artisti che portano a perfezionamento le scoperte altrui, mentre evita le sbavature proprie di ogni novità, sfiora pericolosamente la maniera, senza peraltro caderci, grazie anche alla sincera simpatia che anima il suo film. Punto zero d’altronde, appunto perché viene dopo Zabriskie Point, ne conferma la legittimità e l’acutezza. Punto zero contiene l’epicedio della cosiddetta generazione dei fiori, cioè del movimento hippy. Al contrario dei movimenti politico-sociali, la rivolta hippy si rivela in questo film fine a se stessa, ossia fatalmente portata all’autodistruzione. Forse per questo il suicidio di Kovalski, presentato come un’affermazione “positiva”, sembra meno convincente della conclusione atomica di Antonioni.
Alberto Moravia da Al cinema, Bompiani, Milano, 1975

ZOZZA MARY, PAZZO GARY
Dirty Mary Crazy Larry di John Hough, 1974

Regia: John Hough. Interpreti: Peter Fonda, Susan George, Adam Roarke, Kenneth Tobey, Eugene Daniels. Paese: USA. Anno: 1974. Durata: 93'.

Gary è un giovane corridore che non riesce a dimostrare le sue qualità di campione perché non iscritto a nessuna scuderia ufficiale e troppo povero per acquistare una automobile all'altezza. Per raggiungere velocemente lo scopo, egli si accorda con il suo fido e valido meccanico, Deke, e organizza una rapina mediante sequestro. Introdottosi di buon mattino nella casa del signor Goerge Stanton, direttore di un grande magazzino, Deke tiene in ostaggio la signora Stanton e la figlioletta; nel frattempo Gary si presenta al marito in ufficio e pretende l'incasso dietro minaccia di danni ai familiari. Il colpo riesce e i due banditi si mettono in fuga. Debbono, tuttavia, sopportare la compagnia di Mary, una ragazza svitata, già ladruncola di grandi magazzini e in libertà provvisoria. Sulle tracce dei fuggitivi si mette la polizia, guidata via radio dal cap. Franklin. L'avventurosa fuga, che provoca tra l'altro una ecatombe di macchine degli inseguitori, riuscirebbe se proprio all'ultimo momento i tre giovani banditi non finissero contro il locomotore di un treno e perissero nel rogo.

ROLLERCAR SESSANTA SECONDI E VAI!
Gone in 60 Seconds di H.B. Halicki, 1974

Regia: H.B. Halicki. Interpreti: George Cole, H.B. Halicki, Marion Busia, James McIntire. Paese: USA. Anno: 1974. Durata: 103'.

Negli Stati Uniti esiste una organizzazione agguerritissima per rubare auto di lusso, camuffarle velocemente e consegnarle ai loschi committenti. Camuffata dietro la facciata di agenzia per indagini e recuperi, l'organizzazione di Mandrian Pace obbedisce a leggi che si è autoimposta, come quella di non sottrarre mai macchine non assicurate per potere rispondere prontamente alle richieste delle compagnie assicuratrici. Un giorno, pressati da una rischiosa richiesta di molte auto lussuose, gli uomini di Pace s'impossessano di una "Mustang" ultimo tipo non assicurata. Pace, quando se ne avvede, procede a rimettere la macchina rubata al suo posto: ma viene intercettato dalla polizia. Ottimo e spericolato guidatore, egli si ingaggia in una fuga pazzesca che mette in scacco i mezzi impegnati dalle forze dell'ordine, semina panico e incidenti lungo le strade, e finisce coronata dal successo.

 

Approfondimenti:
Pressbook del film. URL
Intervista a Tarantino e Rodriguez (L'Espresso, 13 marzo 2007). URL
Grindhouse. SplatterContainer.com. URL
Sempre sia lodato Quentin, e Robert. Sistersuzie. URL

Technorati Profile


6 giugno 2007


All That Jazz di Bob Fosse, 1979


All That Jazz
regia: Bob Fosse; sceneggiatura: Robert Alan Arthur, Bob Fosse; fotografia: Giuseppe Rotunno; montaggio: Alan Heim; paese: USA; anno: 1979; durata: 123'.
Intrpreti: Roy Scheider, Leland Palmer, Ann Reinking, Jessica Lange, Cliff Gorman, Ben Vereen, Erzsebet Foldi, Max Wright, Michael Tolan, Deborah Geffner, William LeMassena, Irene Kane, Kathryn Doby, Anthony Holland, Robert Hitt, Sue Paul, John Lithgow.

«Il talento fa quello che vuole, il genio fa quello che può.
Del genio ho sempre avuto la mancanza di talento»
Carmelo Bene, Autobiografia di un ritratto in Carmelo Bene – Opere, 1995

La storia
Joe Gideon è il miglior regista e coreografo di Broadway, un assoluto genio nel suo campo. Lavora al montaggio del suo nuovo film e contemporaneamente all'allestimento di un nuovo musical, ma di entrambi (come ogni genio) non è per niente soddisfatto e per entrambi fa slittare di molto i tempi di consegna mandando in paranoia finanziatori e collaboratori ma soprattutto se stesso. La sua vita privata è un caos senza fine: trascura sistematicamente la figlia avuta dall'ex moglie con la quale comunque continua a collaborare professionalmente e che lo rimprovera per le sue negligenze e debolezze con le donne per le quali nutre una passione simile al collezionismo. Passa di letto in letto fra una complessa – quanto labile – gerarchia di amanti e puerili menzogne.
Fra le sue labbra c'è sempre una sigaretta fumante, per dormire prende sonniferi e per trovare le forze usa ed abusa di Dexedrina.
Totalmente stressato, nel culmine della sua esplosione creativa, si troverà a dover fare i conti con un bellissimo angelo della morte che lo condurrà alla realizzazione del suo musical più intenso e definitivo...

Commento
«I poeti immaturi imitano; i poeti maturi rubano».
Thomas Stearns Eliot

“All That Jazz” è un musical fortemente autobiografico, diretto, scritto e coreografato dal leggendario Bob Fosse. Egli è fra gli autori di musical più amati e rappresentati in tutti i teatri del mondo, fu un genio poliedrico capace di spaziare fra una molteplicità di linguaggi differenti ma sempre in grado di portare la danza all'interno d'ogni sua opera. Trionfi a teatro ed al cinema contrapposti a disastri sentimentali. Il personaggio di Joe Gideon, interpretato da Roy Scheider, assume dunque i caratteri di un vero e proprio alter-ego dell'autore americano, raccontandoci del suo modo di vivere la vita.
Nel cinema esordì nel 1968 con “Sweet Charity, una ragazza che voleva essere amata”, adattamento musicale del felliniano “Le notti di Cabiria”, seguito nel 1972 dal successo planetario ed epocale del sontuoso “Cabaret” pellicola che consacrò Liza Minelli allo status di diva. Viene poi nel 1974 il film “Lenny”, una sorta di biografia del comico americano Lenny Bruce che nel film di cui parlo è spesso evocato dal lavoro di montaggio nel quale è indaffarato il protagonista. Nel 1979 confeziona “All That Jazz” ed infine conclude la sua carriera di regista cinematografico, raccontando ancora una volta il mondo dello spettacolo in “Star 80”.

Se, come disse il grande poeta T. S. Eliot, è vero che i grandi artisti rubano ma non imitano, il caso di Bob Fosse è paradigmatico. “All That Jazz” può essere considerato a tutti gli effetti un film debitore del genio di Federico Fellini e trattandosi di un film autobiografico interpretato da un alter-ego del regista, il paragone non può che andare ad “8½” ed “Amarcord”. Con quest'ultimo condivide pure il direttore della fotografia, l'italianissimo Giuseppe Rotunno.

La sensazione che accompagna lo spettatore durante la visione è quella di un trasporto totale a tempo di musica all'interno dell'esistenza di Joe Gideon, una vita in cui tutto diviene danza e spettacolo e dove la soglia fra ribalta e retroscena è completamente cancellata dal frenetico ed incessante svolgersi degli eventi. Se nel musical è la realtà a piegarsi ai tempi del canto e del ballo qui non vi è invece soluzione alcuna di continuità perchè nella stressata esistenza del protagonista ogni azione è vissuta come un elemento stesso di una coreografia, tutto è spettacolo perchè tutto quello che lo circonda è già musical. Ed alla fine della visione si è talmente elettrizzati da credere d'essere in grado di capir qualcosa della danza...

Quattro Oscar: miglior montaggio (Alan Heim), scenografia (Philip Rosenberg, Tony Walton, Edward Stewart, Gary J. Brink), costumi (Albert Wolsky) e adattamento musicale (Ralph Burns). Vinse pure la Palma d'Oro a Cannes. Quando uscì venne letteralmente fatto a pezzi dalla critica italiana; a distanza di ventotto anni non se ne capisce il motivo. Un film bellissimo, trascinante e poetico. Da vedere.

«Quando realizzavi un progetto con Fosse, tutto il resto era una passeggiata»
Alain Heim, direttore della fotografia

Il DVD
L'edizione realizzata dalla 20th Century Fox Home Entertainment fa parte della nuovissima collana “Music Edition”, una collezione di DVD in edizione speciale realizzati per tutti quegli appassionati di cinema e musica che vogliono godersi appieno le potenzialità della propria sala cinematografica casalinga.
Perfetto l'audio e perfetta l'immagine, ma il vero pezzo forte del DVD sono i contenuti speciali, particolarmente ricchi e curati.
Oltre alla “classica” galleria fotografica, composta da quasi duecento meravigliosi scatti realizzati sul set (nei quali è possibile vedere l'incredibile somiglianza fra il regista e l'attore Roy Scheider), al commento audio del film, affidato al montatore premio Oscar Alan Heim che ha seguito a stretto contatto con Fosse tutte le fasi di lavorazione della pellicola, gli extra possono contare su di una particolarissima attenzione alla musica ed alle canzoni presenti nel film.
Attraverso il “Juke Box” è possibile rivedere sei intere sequenze del film dedicate al ballo ed alla musica, dalla meravigliosa apertura che corre sopra le note della celebre “On Broadway”, passando per la strepitosa e sensuale coreografia chiamata “Airotica”, fino ad arrivare alle oniriche è surreali note dell'epilogo.
“Ritratto di una coreografia” e “Deviazione dagli standard” sono due documentari, della durata di 22 e 7 minuti, dedicati allo stile coreografico del geniale Bob Fosse, che qui viene attentamente analizzato e destrutturato per far comprendere appieno la complessità e la lucidità d'un artista che col proprio lavoro riesce ad essere ancora fresco ed attuale a quasi trent'anni di distanza. Molte le testimonianze, sopra le quali spicca quella Liza Minelli.
Il Making of della canzone “On Broadway” (poco più di 3 minuti) ricostruisce la genesi del più celebre brano del film che, a differenza di quel che si potrebbe pensare, non è stato scritto appositamente ma preso “pari-pari” da una registrazione live del leggendario chitarrista jazz George Benson.
Per gli amanti del genere karaoke c'è poi la possibilità di cantare, seguendo il testo ritmato da aeroplanini saltellanti, il brano “Take off with us”.

Insomma: extra decisamente sopra la media.

L'articolo è pubblicato su SpazioFilm.it




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6 giugno 2007


culture pop (e viceversa) #70





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4 giugno 2007


Tien An Men


giugno millenovecentottantanove




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4 giugno 2007


Delirio cinefilo


Mi è capitata una cosa assolutamente incredibile, una di quelle cose che a noi cinèfili (per forza e per passione) ci fanno tirare avanti e scoppiare la testa.
Provo a ricostruire: guardando “All That Jazz” (Bob Fosse, 1979) sono rimasto sbalordito dalla bellezza di una ballerina, la bionda protagonista della coreografia intitolata “Take Off With Us” e raccontando la sua esplosiva fisicità alla mia ragazza, per dirle a chi assomigliava, l'ho accostata all'attrice del cultissimo “Can't Stop the Music” (film del '74 costruito attorno al planetario successo dei Village People). Bene. Sono andato poi a documentarmi ed ho scoperto che quest'ultima si chiama Valerie Perrine, la cosa assurda è che quest'attrice nel 1974 ha interpretato il ruolo di protagonista femminile nel precedente film del regista Bob Fosse intitolato “Lenny”.
Voi direte: ma questo è pazzo! Probabile...
Per la cronaca la bellissima ballerina si chiama Sandahl Bergman e trent'anni dopo è altrettanto bella.




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