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kulturadimazza


RAPPORTO CONFIDENZIALE
rivista digitale di cultura cinematografica
NUMERO18 - ottobre 2009

gratuita, libera, indipendente
www.rapportoconfidenziale.org

 

«il talento fa quello che vuole, il genio quello che puo'. Del genio ho sempre avuto la mancanza di talento»
Carmelo Bene

kulturadimazza è

informazione sui tempi che

corrono e sul tempo che fugge

a cura di

Alessio Galbiati e Paola Catò

 

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CULTURE POP manifesto




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Rapporto Confidenziale
rivista digitale di cultura cinematografica
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31 luglio 2007


Michelangelo Antonioni



Ferrara, 29 settembre 1912 – Roma, 30 luglio 2007

Se non avete mai visto un suo film, non sapete ancora quel che potrebbe essere il cinema.


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31 luglio 2007


Ingmar Bergman



Uppsala, 14 luglio 1918 – Fårö, 30 luglio 2007

Se non avete mai visto un suo film, non sapete ancora quel che potrebbe essere il cinema.


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27 luglio 2007


Derailroaded: Inside the Mind of Wild Man Fischer di Josh Ribin (Ubin Twinz), 2005



Derailroaded: Inside the Mind of Wild Man Fischer

Regia: Josh Rubin; Fotografia: Bryan Newman; Montaggio: Josh Rubin, Jeremy Lubin e Howard Leder; Sonoro: Torrel Alexis; Produttore: Jeremy Lubin (Ubin Twinz Productions); Paese: USA; Anno: 2005; Durata: 86'.

Descritto come il collegamento mancante fra Syd Barrett e Homer Simpson, Larry “Wild Man” Fischer è una leggenda vivente del songwriting d'autore ed una delle voci più eccentriche dell'underground americano delle ultime tre decadi. “Derailroaded”, il documentario realizzato da Ubin Twinz (Josh Rubin dirige mentre Jeremy Lubin si occupa della produzione), segue il percorso artistico di questa figura di culto – musicista “barbone”, cantante psicotico, artista paranoico – che ha affascinato nomi del calibro di Frank Zappa (con il quale ha collaborato per due dischi) ed altre celebrità della controcultura pop nordamericana, compreso Mark Mothersbaugh (membro di Devo, ma anche ottimo compositore per il cinema) con il quale ha registrato molti dei suoi leggendari album.
All’ultimo Festival di Cannes è stato presentato un documentario che esplicitamente dichiarava di voler raccontare la mente (ed i suoi processi creativi) di David Lynch, qui allo stesso modo bracchiamo il selvaggio Fischer rubandogli con tutta probabilità un poco d’anima ed ottenendo un instabile ritratto d’una meteora impazzita nel firmamento della pop culture d’oltreoceano. L'uomo che incontriamo riesce sinceramente a commuovere...

http://www.derailroaded.com/

da SonarCinema 2007, musica per gli occhi, Digimag 26 luglio-agosto 2007


26 luglio 2007


Kraftwerk - Tour de France


La Grand Boucle, il Tour de France, quest'anno tocca il fondo, il punto di non ritorno, la fine. Una storia gloriosa fatta di immagini lontane nel tempo, salite, sudore, fatica e gloria. Da cinefilo amo il ciclismo per le sue immagini, per la regia sempre complessa e suggestiva che racconta con immagini in movimento una sfida fra uomini che pedalano. Anche i Kraftwerk amano il ciclismo, ed adorano il Tour, anche loro probabilmente oggi soffriranno. Siamo bambini ai quali hanno rubato le caramelle.

http://www.kraftwerk.com/


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25 luglio 2007


Sì! il dibattito sì. Grindhouse – A prova di morte



Parlare con i film alla fine è cosa rara, troppo spesso li si racconta ma con meno frequenza con questi ci si confronta. Rischiando magari la figuraccia o la parola di troppo (rischio ovviamente concretizzato) mi sono lanciato in uno scambio di vedute pindariche con il blog Saletta Lumiere, che da tempo seguo con attenzione e del quale apprezzo principalmente l'ottimo uso della lingua e la rara capacità di concigliare la brevità con la profondità d'analisi. Per questo consiglio, a coloro che non avranno il coraggio di tuffarsi un questa particolare lettura, di frequentare il blog Saletta Lumiere.

Cinema da masticare
Grindhouse. A prova di morte di Quentin Tarantino

Recensione a cura di Saletta Lumiere [http://buio-in-sala.splinder.com//post/13106889]

Se fosse lecito paragonare un film ad un cibo, lo assocerei ad un bignè. Un cibo bellissimo da vedere, buono da mangiare, magnificamente inconsistente e con tante calorie, da non abusarne. Tarantino "sforna" l'ennesimo tributo al cinema di genere, questa volta volta una sorta di road movie, alla maniera stunt. Il tributo si arricchisce della pelle originaria, ovvero di tutti gli strumenti tecnici di ripresa, sviluppo e montaggio degli anni '70, ovvero degli anni che videro sorgere e svilupparsi in america quel genere cinematografico. Le immagini sono leggermente sgranate, con una definizione più bassa di quella odierna, nel montaggio vengono inserite le duplicazioni e i tagli dell'audio che derivavano da imperfezioni dei tagli e dei sincronismi audio/video. La pellicola è segnata da tagli, impurezze e sbalzi. L'impressione è davvero quella di trovarsi davanti ad un film usa degli anni '70, tanto che alla vista del primo telefono cellulare si resta stupiti dell'apparente anacronismo.

La trama del film è ridotta a pochissima cosa, puro e semplice pretesto che permetta lo svolgimento dell'azione che è l'unica cosa che sembra interessare a Tarantino. Il risultato è un film serrato, pieno di deja vu, remake e citazioni che rimettono in circolo una miriade di suggestioni dell'immaginario cinematografico dello spettatore. Ritornano gli inseguimenti dei polizieschi alla Starsky e Hutch e si sente l'eco di tante serie televisive americane che noi, come alcune giovani protagoniste del film, non abbiamo visto ma di cui non fatichiamo ad immaginare il genere.

I film di Tarantino sono buoni da mangiare con gli occhi, appunto come i bignè, sono anche manifesti programmatici che sfidano i cineasti a produrre un cinema sanguigno che faccia vibrare le sensazioni di pancia dello spettatore. Sono tributi alla memoria che rimettono in circolo le emozioni. Ma questo manifesto non delinea un quadro generale valido per tutta la cinematografia attuale, è solo una parte, molto dolce, ma anche molto piccola.


Interessato dalla recensione ho postato un mio commento. Ne è nata una conversazione ricca di spunti, che riporto integralmente.

kulturadimazza: anche perchè un manifesto non necessariamente deve invitare all'azione. un manifesto è spesso puro esercizio di stile fine a se stesso. La lezione di Tarantino è da leggersi come gesto romantico di ammissione d'un distacco dal contemporaneo. Volendo tutto il suo cinema è "altro" rispetto alla propria contemporaneità. Non atemporale ma sfasato, fuori tempo massimo.

Saletta Lumiere: a volte mi capita di pensare che nella musica si fa remix e campionamento, al cinema si fa "citazione" che insieme al vintage e al modernariato mi sembra costituiscano dei fattori correlati che parlano di una sorta di pausa di riflessione del nostro tempo. Una sorta di incapacità, non volontà di andare avanti. A questi fenomeni culturali assocerei quelli politici del rifiuto della tecnologia e rifugio nel passato e nella natura che mi sembrano ispirati ad una comune radice socio politica. Una sorta di decadenza dell'impero occidentale. Una cultura che si sta per addormentare e vive il suo splendido tramonto.

kulturadimazza: quel che dici a proposito delle similitudini fra cinema e musica per ciò che concerne il concetto di campionamento è talmente corretto che un teorico del calibro di Lev Manovich lo ha teorizzato nel suo "Il linguaggio dei nuovi media". Ontologicamente il cinema è seriale, in quanto composto da una successione di fotogrammi e si caratterizza per la variazione d'uno con l'altro. Oggi ad esempio i software per il montaggio video e per quello del suono tendono ad assomigliarsi dal pdv logico-sintattico.
Quel che dici in merito alla 'decadenza' potrebbe applicarsi pure alla pop-art, non trovi...
io penso che il cinema sia sempre innovativo perchè costantemente contemporaneo. Certo non parlo del cinema mainstream, raramente le case di produzione rischiano milioni di euro nella sperimentazione, ma parlo di tutta quella marea d'audiovisivo che incessantemente viene prodotta. La rete ne è piena, ed il termine cinema ha ancora davanti una lunga strada prima di vedere esaurito il suo potenziale semantico.
Non disperiamo... perchè è sempre di più quel che non abbiamo ancora visto... e con non vedremo mai!

Saletta Lumiere: i motivi di fiducia non mancano: dal cinema digitale a budget zero dei giovani cineasti cinesi (li' la tentazione di riproporre vecchie immagini non esiste), al cinema di ricerca e sperimentazione che esiste anche in occidente. Condivido l'estensione del concetto alla pop art che e' forse l'inziatrice di questa tendenza (o meglio, ne è disvelatrice).
Le tue interessanti parole mi stimolano anche un'altra riflessione sulla forma-cinema: oltre alla ripetizione interna al film esiste la molteplicità dei generi, delle tecniche, degli sguardi, dei film. E tutte insieme costituiscono ormai un moltitudine di immagini che per la sua ampiezza rende non visibile (perchè quantitativamente non fruibile nella sua interezza) la maggior parte della produzione. Questo non-visto rappresenta la frontiera irraggiungibile, rende il cinema un mare non totalmente conoscibile. Le nuove tecnologie (il digitale, internet, youtube, il peer-to-peer,...) ampliano le potenzialità. Anche se occorre osservare che è proprio nella gioventù occidentale il richiamo più forte alla ripetizione-riutilizzo-riciclo. La "decadenza" (simile a quella di cui parla verlaine in "languore") è occidentale non della forma-cinema e nemmeno planetaria.

kulturadimazza: La-le tradizioni sono tutte basate su citazioni, sono rituali basati sulla riproposizione (qui davvero seriale) dei medesimi elementi. Ogni pratica che si rifà alla “tradizione”, così come ogni cultura-arte-religione-etc., è eminentemente citazionista. Dunque non penso che esista una reale dialettica fra originalità e citazione. Credo esistano differenti gradi di richiamo ad elementi pre-esistenti. Il cinema di Tarantino ha la forza di sembrare citazionista sempre, anche quando non lo è. Come spettatori siamo portati a credere che nascosto dietro ad ogni segno vi sia una enciclopedia possibile di rimandi. Ma non sempre questo è vero.

Saletta Lumiere: quando dici che ogni cultura e' prevalentemente citazionista credo si debba intendere la parola "citazione" nel senso di uso/riuso di parole/stilemi/topoi che sono interiorizzati. La citazione cui io ho fatto riferimento nella recensione di grindhouse e' l'omaggio, il tributo nonche' rievocazione consapevole di qualcosa che e' in se' totalmente privo di significato (puro significante). Nella mia interpretazione di tale gesto di citazione non c'e' l'idea di un richiamo consapevole dell'autore ad un mondo di significati o teoremi. Non credo che Tarantino abbia elaborato un nuovo cinema; credo che la sua sia semplicemente un'operazione di richiamo al cinema materico e delle sensazioni "di pancia", di pura prassi, privo di ethos e che questo avvenga attraverso un richiamo agli anni '70 e al cinema di genere e di exploitation. Il significato ulteriore che io attribuisco al voler ritornare indietro, riusare materiale gia' prodotto e' una mia elaborazione, non lo ritengo un pensiero conscio di Tarantino. Per usare un esempio extra cinematografico: chi si rifiuta di avere i rigassificatori, la tav, i ponti, etc crede di lottare contro l'inquinamento, la difesa della natura, etc... in realta' e' l'esemplificazione del senso di fine della storia, l'incapacita' di immaginare una propra crescita industriale... e si finisce a infilare collanine (che sono anche graziose, e guai se non ci fossero, ma con le quali non si sfama il mondo).

klturadimazza: io dico: il cinema (in generale) si basa sulla sommatoria d'una serie di elementi. Ogni film non è altro che una costruzione fatta di tante cose differenti. Tarantino utilizza, per comporre questo insieme di elementi, segni pre-esistenti ai quali attribuisce un nuovo significato. Tutto il cinema contemporaneo è citazionista, ancor di più l'audiovisivo digitale di nuova generazione che utilizza il linguaggio cinematografico come unica lingua per poter essere compreso. La dialettica dell'immagine porta ad una grammatica che affonda le sue radici alle origini del cinema delle origini. Tarantino ri-valuta agli occhi dello spettatore contemporaneo un tipo di cinema (basso, di serie B o Z) che sarebbe sbagliato considerare come compiuto. L'exploitation è oggi punto di riferimento per gran parte del cinema low-budget contemporaneo, quanto meno dal punto di vista produttivo. Troupe ridotta all'osso, tempi strettissimi di riprese ed attitudine underground nella cura del suono e dell'immagine. Un cinema fatto con cuore e passione. Senza gli esercizi di stile delle avanguardie gran parte dell'arte moderna non avrebbe visto la luce. Per questo, cercando una specie di coerenza a questo lungo discorso, “Death Proof” è un esercizio di stile che afferma la matericità del cinema contrapposta alla latitanza del digitale. Ma la contrapposizione fra i due modi di produrre immagine in movimento non risiede nell'utilizzo delle citazioni, perchè da quelle nessuno ci può scappare. (di Freud, teorie comportamentali, Goffman e semiotica magari ne parliamo un'altra volta...). [in merito invece a ciò che dici a proposito della “fine della storia” non saprei proprio... faccio così fatica a capirci qualcosa del cinema, figuriamo della Storia e della vita......

Saletta Lumiere: credo che lo scambio fin qui avuto faccia emergere una divergenza di opinioni (quantomeno tassonomica) tra di noi. Io non credo che chiunque usi un'inquadratura soggettiva stia "citando" il primo regista/operatore che la scopri'. Come non credo che chi scriva terzine "citi" necessariamente Dante. Detto formalmente: l'uso del medesimo linguaggio e dei medesimi stilemi non costituisce citazione. Quando Tarantino usa una Dodge del '69 o monta a scatti la prima inquadratura di una scena invece, a mio parere, fa un vera citazione. Nel primo caso (la Dodge) lo dice esplicitamente nel diegetico (citando i nomi dei film in cui compariva), nel secondo caso e' palese nel filmico (tipici errori di montaggio degli anni '70). E non credo neppure che Tarantino usi (citi) cose gia' fatte ma con diverso senso. Credo, semplicemente, che Tarantino voglia provocare l'emozione di far rivedere qualcosa di gia' visto, creare un cortocircuito emozionale, una sorta di flashback nell'immaginario collettivo, riproponendo il medesimo senso originale. E in questo non c'e' niente di originale se non la sua ossessivita' nel farlo, il suo fare scuola e di essere in numerosa compagnia ultimamente.
Siamo poi noi che attribuiamo un metasenso a queste operazione di "revival", per es.: io ho detto che questa riproposizione assomiglia ad un declino culturale/sociale.
Non condivido che poiche' il linguaggio cinematografico e' dato allora tutti citano. Se questo fosse vero sarebbe del tutto corretto quel che tu dici: "tutta la cultura e' citazione". Ma allora non avrebbe senso dire: "questa e' una citazione" (essendo del tutto pleonastico). La citazione e' solitamente consapevole ed evitabile. Non puo' essere citazione cio' che inevitabile (p. es: usare le rime o la forma romanzo o la scrittura elettronica, piuttosto che i controcampi esterni, le panoramiche, lo zoom o un videocamera digitale). Da quanto detto dovrebbe risultare evidente che non credo che tutta la cultura sia citazione.

kulturadimazza: mi accorgo che in questo periodo mi attacco troppo alle parole. Da questo scambio ora mi chiamo fuori, però mi è piaciuto un casino.
cosa ne dici se prossimamente lo metto sul mio blog. Rientrerebbe in una serie di articoli extra al film di Tarantino. Cosa ne pensi?

Saletta Lumiere: nessun problema. Procedi pure alla pubblicazione sul tuo blog. Ha fatto piacere anche a me questo scambio. ciao


25 luglio 2007


culture pop (e viceversa) #77


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23 luglio 2007


Verso la fine di Piero Tomaselli, 1999 (corto)


Verso la fine di Piero Tomaselli, 2', 1999 (corto)
interpreti: Francesco Bevilacqua, Daniela Scarano, Alessandro Bortolussi.

Mi ha molto colpito questo lavoro per la densità con la quale allestisce una micro-storia fulminante che pare volerci raccontare d'una visione impossibile, forse solo perchè impossibile da raccontare. Il fatidico attimo primo di morire, quello in cui tutta l'esistenza dovrebbe (s)correrci veloce davanti agli occhi. E' proprio l'occhio il vero protagonista di questo cortometraggio, un occhio che guarda ciò che esiste solamente nei ricordi. Geroglifiche immagini d'un ricordo d'esistenza.

Piero Tomaselli - BIO: Friulano (Udine) classe 1974, dopo una Laurea in filosofia a Padova (tesi sul rapporto tra arte, poesia e nichilismo nel pensiero di Heidegger) si diploma a Roma in Regia cinematografica alla Nuct (Nuova Università del Cinema e della Televisione). Ha fatto parlare di sè grazie al mokumentary "Simone Lecca e il cinema (dell’) in-visibile" (2004) ottenendo un buon numero di riconoscimenti e disorientando non poco molti utenti della rete. Nel 2006 ha diretto un interessante film a basso costo che ancora l'ha portato a riflettere attorno al tema del ricordo ("Litviner", 2006). Pare che da qualche anno lavori al suo prossimo film: "HanasH".


22 luglio 2007


Festival cinematografici - Agosto 2007


FESTIVAL CINEMATOGRAFICI
Agosto 2007

Festival Internazionale del Film di Locarno
    edizione: 60
    dove: Locarno (Svizzera)
    quando: 01-08-07 to 11-08-07
    URL:
www.pardo.ch

Bos'Art Cinema-Festival Intern. del Film e delle Culture Mediterranee
    edizione: 4
    dove: Bosa, Oristano (Italia)
    quando: 16-08-07 to 24-08-07
    URL:
www.luciocolletti.it

Sarajevo Film Festival
    edizione: 13
    dove: Sarajevo (Bosnia-Herzegovina)
    quando: 17-08-07 to 25-08-07
    URL:
www.sff.ba

The Norwegian International Film Festival
    edizione: 35
    dove: Haugesund (Norvegia)
    quando: 17-08-07 to 24-08-07
    URL:
www.filmfestivalen.no

PesarHorrorFest - Festival Internazionale di Cinema e Letteratura Horror
    edizione: 4
    dove: Pesaro, Marche (Italia)
    quando: 21-08-07 to 26-08-07
    URL:
www.pesarhorrorfest.it

Festival des Films du Monde
    edizione: 31
    dove: Montréal (Canada)
    quando: 23-08-07 to 03-09-07
    URL:
www.ffm-montreal.org

Venezia - Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica
    edizione: 64
    dove: Venezia, Veneto (Italia)
    quando: 29-08-07 to 08-09-07
    URL:
www.labiennale.org


21 luglio 2007


A sei anni dal G8 genovese del 2001. "Pietre, denaro, utopie e grida" di Enrico Ghezzi


Sono passati sei anni, sei lunghi anni dove molte cose sono successe nel mondo e nelle nostre vite. Negli occhi abbiamo ancora quelle giornate, nell'anima ancora un profondo sconvolgimento ed un eterno dolore. Non vogliamo dimenticare, non possiamo dimenticare. In memoria di Carlo Giuliani e di quegli esseri umani che per due lunghi, lunghissimi giorni, hanno vissuto la sospensione dello stato democratico.


Pubblichiamo un articolo di Enrico Ghezzi, che proprio il giorno 20 - ed a pochi metri da piazza Alimonda - incontrammo nel pieno del delirio e della follia, apparso su L'Unità del 25 luglio 2001.

Pietre, denaro, utopie e grida.
Genova per noi, per tutti.
di Enrico Ghezzi

Non credo che il segno di quanto accaduto a Genova durante il G8 sia la legittima e doverosa questione (certo da dibattere e da verificare con vigore, di fronte al rischio di tentazioni o derive autoritarie) della legalità, delle garanzie democratiche, dell’ordine pubblico, della sicurezza, delle sconcertanti e inette o barbare linee di comportamento delle forze di polizia. Arroccarsi su questo fronte può facilmente rinfrancare, permette vigorosi esercizi di propaganda e sbrigativi saggi di condanna sociologica del teppismo contrapposto alle tonnellate di globalizzante buona volontà di centinaia di migliaia di («noi») manifestanti, ma il dopaggio maschera la fatica e il rifiuto di pensare.
Stretti tra la condanna divertita e/o orripilata del Grande Fratello televisivo (con ovvi echi antiberlusconiani) e l’attesa (ahiloro sempre davanti alla tv) che un dalema (o un manuchao un jovanotti un bono) di turno dica o «qualcosa di sinistra», i militanti bellicosamente pacifici dell’antig8 (lo scrivo così per trovare un sapore alto, antigonico), di associazione o di partito, di gruppo organizzato di base o di antica o fresca militanza individuale o sciolta o autonoma, perdono la possibilità di percepire quel che le cose (anche quelle cose che sono le persone nei loro comportamenti, anche quelle persone che sono le cose nella loro enigmatica passività apparente) dicono (spesso — anche troppo?- di «sinistra»).
Mentre scrivo intravvedo o meglio intrasento incongrue «dirette» della visita di Bush, inclusa una non troppo surreale capatina al milite ignoto (Carlo Giuliani? Il carabiniere terrorizzato che spara non in aria?); l’Etna bellissimo che rosseggia erutta fuma, si scioglie e evapora mutando a ogni istante (la terra -il fondamento, sempre- trema); brevissimi cenni al mezzo milione solito di giovani affluiti a Berlino proprio nei giorni del g8 per la techno Love Parade; e i pensosi sicuri dubbi e pronostici sulla natura eversiva e sull’ ambiguità oggettivamente «reazionaria» e «fuori dal movimento» degli anarcodevastatori blackblock, espressi secondo un abituale rituale esorcistico il cui potere è più serenamente e fermamente devastante nei confronti del capire (o, se si vuole un termine vetrinesco, del «riflettere») di quanto lo sia il cubetto di porfido che rompe la vetrina.
Ora, senza ipotecare i risultati delle indagini giudiziarie e di quelle ufficiose, e in attesa dell’accertamento delle responsabilità tecniche e politiche e morali, si può partire proprio da una situazione limite e orrenda, che ha posto infatti fine a una vita umana. Situazione la cui ambiguità è davvero chiara in modo abbacinante. (Aggiungo note personali pedanti e inutili e chiare: l’uccisione di Carlo Giuliani è avvenuta tra via Caffa e piazza Alimonda, dove per alcuni anni feci il boyscout; da giovedì sera a domenica scorsa sono stato a Genova, partecipando alle manifestazioni, con Nennella e con le nostre figlie - una dava una mano a una delle troupe del cinema italiano, l’altra, bambina di dodici anni lacrimante di gas e non solo, provavamo a tenerla per mano e si è rifugiata con me a lungo venerdì pomeriggio in un portone di via Invrea a cento metri da piazza Alimonda; ho assistito a cariche di polizia con lacrimogeni, preordinate o improvvisate come le manganellature selvagge, e visto di persona cosa è accaduto la notte di domenica alle ex scuole Diaz e Pascoli ora entrambe confluite nell’istituto Pertini (anche qui, quale ambiguo concentrato distoria patria in questi nomi..); ho visto esplodere in diverse occasioni la geometrica precisione e impressionante determinazione aggressiva dei blackblock; nella mia assoluta nonviolenza (non «pacifismo»), e essendo lì per «impressionare» immagini per Blob e per FuoriOrario, mi son visto fischiare due volte a pochi centimetri pietre o altro, e ho temuto più volte che i pullmini irresponsabilmente carosellanti di polizia e carabinieri travolgessero persone o finissero bloccati sospesi tra linciaggio e autodifesa omicida; a Genova, città tutt’altro che chiusa, siamo arrivati in macchina normalmente, entrando e uscendo senza controlli dal casello di Nervi; del resto, in una società aperta al libero traffico di persone e di merci, Schengen o non Schengen, controlli quasi generalizzati e appena un po’ accurati agli accessi avrebbero provocato il blocco di quasi tutti e quasi tutto.
La vittima non era un blackblock, né –pare- il militante di un gruppo organizzato, ma solo in mezzo a molte cose e spinte verso una giustizia globalsociale. Era in quel momento coinvolta in una situazione inequivocabilmente violenta e distruttiva. Non era un «teppista da stadio». Stava su quel nitido limite che in queste ore ci si ostina a negare (citando sempre e solo i trenta o quattrocento o duemila blackblock), quello in cui si è trafitti e portati dall’aura luminosa e oscura della rabbia e del godimento di essa.
Guardare con sufficienza, non vedere (o non «sentire»: vedi la sordità verso la musica più industrialsintetica, la techno, che diventa l’enigmatico battito amoroso pubblico e terribile di una generazione). Oscillando tra la curiosità giornalisticospettacolistica, l’anatema politicotradizionale, la comprensione paternalsospettosa dell’errore, e l’individuazione (a dire il vero, non così impervia) delle colpe del governo. Questo l’atteggiamento dominante della cultura diffusa della sinistra (non per caso - ma anche solo, per caso-  non «di governo»...), poco «critica» verso la vuota terribile mitologica idea di «governabilità» e verso il tecnonichilismo evidente degli incontri tra i sedicenti governanti del capitalismo mondiale.
Qualcuno si è scandalizzato del non. vogliamo nulla di un giovane anarchico tedesco. Troppo più morale del finto «voler tutto» (e vero «non poter nulla», fino alla morte) proclamato come unico imperativo instillato fin dalla prima infanzia dall’educazione metodica al consumo all’acquisto al mercato. Un ministro del governo precedente (ma lo avrebbe voluto anche Berlusconi, il professor Veronesi), il più amato dagli italiani, forse per protagonismo anticonformista pochi mesi fa aveva detto tuttavia cose «stupefacenti» -discusse e contestate solo per brevi esercizi di opposte propagande- sul consumo diffuso di droga e sulla percentuale altissima di casi di malattia mentale nel nostro paese. Si è lasciato cadere nell’acqua, il sasso. O forse appunto non stupisce più nessuno, che l’angoscia sia il sentimento dominante, che un ragazzo qualunque senta per così dire l’ansia del pianeta (la fine ben possibile di esso, o la sua mutazione radicale e/o omicida; la colpa permanente e assurda della povertà tollerata e incrementata di gran parte del mondo) e avverta contemporaneamente il desiderio e il suo calco negativo, incitato costantemente al possesso e alla comunicazione di esso (e al possesso «capitalistico» della memoria stessa: «ricordati di ricordare», impone uno slogan Kodak, come anni fa la Sony prericordava che «se non l’hai visto, lo puoi rivedere», sottilmente invitando a rivivere il mai vissuto). E nessuna ma proprio nessuna voce della sinistra benpensante e bonodiscente si è scandalizzata o interrogata un istante mesi fa all’annuncio dei cinque miliardi di lire con cui qualcuno si è aggiudicato a un’asta il pianoforte di John Lennon. Imagine All the People..: la canzone fa ancora piangere (anche se ho sempre preferito la linea del blues duro e fermo immobile dei Rolling Stones..), ma il valore «ricchezza» sembra l’idolo comune di destre e sinistre (e di rockstar e di maestri), da troppe campagne elettorali in qua, nel nostro paese come ovunque, e il consumo e la capitalizzazione entrano come previsto nel nostro «corpo e anima», siamo già tutti cavie biotecnologie del capitale (addirittura, da Hiroshima in poi, con la chiarezza accecante di un flash fotografico) pur di spostare la nostra angoscia nell’investimento sullo spettro dell’immortalità sicuramente -vedi la rappresentazione sempre più massiccia e diffusa dell’oltrevita- il luogo più ossessivamente e mortalmente abitato oggi dalla cultura mondiale dell’occidente.
Non solo per lo spazio (qui, mentre leggete), non parlo di utopie e di fine delle utopie, non di tensioni e soluzioni comunitarie (isolazioniste o amorose), né voglio dare per scontato che la meccanica stessa spettrale dello spettacolo/capitale sia o non sia l’unica inevitabile situazione che si vive e ci vive. Né, attraversando a mia volta le età della linea d’ombra, nel paese più anziano e più leggibilmente antico del mondo (vera disneyland mondiale del paesaggio culturale, dove anche Bush sembra esser venuto per verificare le sue colosseiche cartoline, paradossale icona americana dell’indifferenza delle differenze: vedi la lunga attesa del risultato elettorale nell’agonia estenuante condivisa con Gore, evento credo capitale e sottovalutato nella storia della democrazia rappresentativa e rappresentata..), fingo di sottovalutare le ragionevoli spinte alla sicurezza e alla conservazione.
Neppure voglio sopravvalutare (per quanto..) il fatto che tra i casseurs internazionali (sento di fermati inglesi tedeschi francesi greci lituani polacchi spagnoli irlandesi italiani..) abbia visto, a volto nudo o semi-nascosto da un fazzoletto, facce e occhi bellissimi (e intensità belle e brutte). Ma tra casseurs di periferia e ultrà da stadio (sì, c’erano anche loro, giustamente — per «forza»- attratti dall’occasione), tra arrabbiati dei centri sociali e più organizzati blackblock in quasiuniforme nera (tutti infiltrabilissimi, per carità..), il grido e ancor più il gesto silenzioso e parlantissimo della devastazione e distruzione, del sacrificio gratuito di beni, dell’attacco continuato e mirato alla merce più capitalisticamente pura e spettrale e al furto più sublimato (il denaro, l’idea del denaro: le banche incendiate, i bancomat fuoriuso), che può sgomentare impaurire, offendere qualcuno, è anche il godimento istantaneo e definitivo, subito azzerato e negato, di quella merce per cui ci si dice di vivere, è il tentativo estremo di scuotersi, di strapparsi via dallo sbobinarsi del fìlm bruciandolo, scottandolo, inceppando per un momento l’inganno del tempo e in quel momento toccando lo spettacolo disperato del proprio viversi come merce. Non è «democraticamente» contrastabile, lo spaccatore se non da un’infrangibilità diffusa e paradossale (negazione del sistema). E si può certo dire che il suo agire è fin troppo conseguente al meccanismo del capitale, mimando e anticipando in modo traumatico e accelerato la necessaria distruzione/consumo di oggetti cui non si ha comunque quasi mai il tempo di affezionarsi o quello di superarne saggiamente l’affetto. Evitando le criminalizzazioni incrociate, i trionfalismi bertinottiani da hastalavictoriasiempre, l’illusione di essere soggetto antagonista per il solo fatto di dirlo e di percepire lo scontento e la rabbia diffusi, possiamo (se poi esiste un soggetto che possa dire «noi possiamo»..) partire dalla situazione «Genova 2001» (che stia morendo da qualche parte o su qualche croce il cristo nato nel sessantotto?), con i suoi dislivelli, i suoi scarti, le sue contiguità (a volte può bastare cambiare maglietta), con i suoi richiami a elementarietà spaziali e visive (zona rossa, zona gialla, tute bianche, tute nere..), non tanto (lo si può un attimo per gioco, non più sensato dei tanti palloni che ho visto lanciarsi magnifici per aria accanto alle macchine incendiate) violando gli argini intorno alla cittadella vuota del potere impotente (meglio circondarla con un unico lungo cordone/sit-in impenetrabile non violento silente o cantante?..), quanto contrapponendo a quel vuoto tronfio tanti vuoti enigmatici e assoluti come Tien An Men (la protesta di undici anni fa, profetica nel cuore del paese che si appresta a diventare il vero perfetto mostro bifronte ambiguo iperinquinante del capitalismo autoritario), che non vogliano nulla appunto, se non sentirsi essere un momento. Stare (immobili, velocissimi: tanti giri del mondo in un attimo). Non starci. Non riconciliati. Lasagessene viendra jamais (Debord). (ah! Volevo parlare d’amore. Ma).

[Enrico Ghezzi, L’Unità, 25 Luglio 2001]

Lo scorso anno abbiamo pubblicato lo stesso post. URL


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21 luglio 2007


Thriller remake. made in Bollywood


L'industria cinematografica indiana è di gran lunga la più produttiva del pianeta. Produce di tutto riciclando qualsiasi elemento possibile, è una macchina incessante d'audiovisivo. Qui si rimastica all'indiana il famoso videoclip realizzato da John Landis con (e per) Michael Jakson. Delirante!


19 luglio 2007


Fast Food Nation di Richard Linklater, 2006


Dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei.
Fast Food Nation”
Un raro film politico sull'America contemporanea che raccontandoci di hamburger ci svela la realtà di cui è fatto il suo sogno (americano)

Sarebbe riduttivo e sbagliato limitarsi a considerare "Fast Food Nation" come un film di denuncia al sistema di produzione che sta dietro alle grandi catene di “cibo veloce”. Già dal titolo è evidente la voglia di mettere sotto accusa un'intera società, quella americana, che sembra aver smarrito ogni barlume d'umanità sotto i colpi d'un capitalismo delle corporazioni incapace di morale - disumano e disumanizzante. "Fast Food Nation" è un film politico, non un oggetto di intrattenimento. Tratto dall'omonimo libro-inchiesta di Eric Schlosser (autore della sceneggiatura insieme al regista Richard Linklater) porta in scena le modalità di produzione del profitto da parte di una corporation dell'alimentazione, raccontandoci – nelle parole del regista – «una sorta di studio di costume delle vite che esistono dietro le cifre da capogiro dei fast food».

America, oggi. Don Henderson (Greg Kinnear) lavora per la catena di fast food Mickey's, è un colletto bianco che ricopre il ruolo di marketing executive ed il suo fiore all'occhiello è l'invenzione del prodotto più venduto: il “Big One”. Succede però che a causa di alcune analisi indipendenti sulla qualità della carne emerge che questa sia contaminata (vengono rilevate tracce di feci) e dunque poco sicura dal punto di vista igienico (schifo a parte). A questo punto Don dovrà recarsi nella cittadina di Cody dove si trova la UMP, l'enorme industria di lavorazione delle carni che produce a ritmo incessante il bulimico fabbisogno di hamburger dell'intera nazione. Intanto dal Messico un'inarrestabile ondata migratoria si riversa negli States in cerca d'un futuro migliore, lo stesso che insegue la diciottenne Amber (Ashley Johnson), ma per tutti il sogno americano deve passare dallo sfruttamento al quale l'intera classe operaia di quel paese deve sottostare. Catalina Sandino Moreno, Ana Claudia Talacon e Wilmer Valderrana interpretano tre giovani messicani che una volta superato il confine troveranno la loro occasione presso la UMP sotto forma di un impiego in nero e molto rischioso.

Di fronte ad una pioggia di pellicole incapaci di raccontare davvero la propria epoca, “Fast Food Nation” è un film in grado di distinguersi per uno stile che evita il sensazionalismo, narrando in maniera misurata gli aspetti essenziali del meccanismo che vuole mettere sotto accusa. In molti momenti del film, su tutti le traumatiche sequenze conclusive, si assistere a riprese dal taglio realista dei luoghi di macellazione e lavorazione delle carni, immagini che raramente riescono ad arrivare al grande pubblico. Forse proprio per questo motivo i produttori Jeremy Thomas (grande impresario britannico che ha da tempo legato il proprio nome al cinema di Bernardo Bertolucci) e Malcolm McLaren (manager ed inventore del fenomeno Sex Pistols, compagno della stilista Vivienne Westwood e candidato sindaco indipendente di Londra nel 1999, dove ottenne il 10% dei voti) hanno allestito un cast di prim'ordine, per catalizzare la maggiore attenzione possibile da parte dei media su di un film scomodo. Bruce Willis compare per pochi minuti nei panni d'un cinico dipendente della catena di fast food Mickey’s (è lui a pronunciare una delle battute più fulminanti del film: «La verità è dura da digerire, ma dobbiamo mangiarci tutti la nostra dose di merda»), la pop-star Avril Lavigne veste i panni d'una giovane proto-ambientalista saltellante per l'inquadratura, Patricia Arquette è la stramba madre della ragazza che lavora al fast food, Ethan Hawke il suo giovane zio, Luis Guzmàn è il cinico “coyote” che trasporta oltre il confine gli immigrati americani, ed infine il leggendario Kris Kristofferson presta la faccia ad un vecchio proprietario terriero del sud che ci ricorda che qualcosa in quel paese lontano è definitivamente cambiato.

Fast Food Nation” è dunque un film di forte impegno sociale, dai marcati tratti politici che evita lo stile documentario, reso globalmente celebre negli ultimi anni dall'opera di Michael Moore, per una narrazione classica d'un eterno conflitto che porta una parte degli uomini a sfruttare la parte più debole degli altri uomini. Da venerdì 20 luglio nelle sale italiane, distribuito in 15 copie da DNC; ma a Cannes il film era passato in concorso nell'edizione 2006.

Pubblicato anche su La Voce d'Italia il 20 luglio 2007. URL


Extra:

Per chi volesse poi capire il funzionamento perverso d'una grande multinazionale dell'hamburger consiglio il notevole McDonald's videogame. Realizzato dall'italiana "La Molleindustria", è una parodia digitale del funzionamento delle catena di ristorazione McDonald's.


16 luglio 2007


culture pop (e viceversa) #76


Tanto per chiarire, nel caso in cui ce ne fosse ancora bisogno, che tutti i testi pubblicati su kulturadimazza sono pensati secondo la logica Creative Commons (sulla colonna di sinistra trovate tutte lo coordinate). Ma soprattutto avevamo una gran voglia di ri-pubblicare un'immagine stra-cult con la quale abbiamo giocato. Scatto del quale ci siamo appropriati. ...alla faccia della coerenza...


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13 luglio 2007


La Duchessa di Langeais di Jacques Rivette, 2007


La Duchessa di Langeais

All'epoca della Restaurazione il giovane ed intrepido generale Armand de Montriveau giunge sull'isola di Majorca per ristabilire l'autorità di Ferdinando VII. Qui scoprirà che nei meandri oscuri d'un convento di suore di clausura ha preso i voti, per isolarsi dal mondo, la Duchessa Antoniette de Navarreins, donna con la quale cinque anni prima intrattenne una contrastata e dolorosa relazione sentimentale. Ottenuto dalle autorità religiose del monastero il consenso ad incontrarla, Armand rivedrà la sua amatissima Antoniette dietro le sbarre metalliche della clausura, in un fosco antro dell'edificio. Il drammatico confronto fra i due farà da preludio al racconto della genesi e dell'epilogo della loro relazione, portandoci nella Parigi ipocrita e superficiale dei primi anni dell'ottocento, fra aristocratici incontri mondani e protocolli di comportamento follemente disumani.

L'ultimo film di Jacques Rivette è una trasposizione cinematografica dell'omonima novella di Balzac, una trasposizione che cerca la più totale adesione al testo letterario basata proprio sullo stile di scrittura del grande romanziere francese. Non solo lo spirito ma proprio le lettere, le parole, si riversano sulla pellicola testimoniate dall'abbondante uso di didascalie con la funzione di raccordo ed interpunzione della vicenda.
Il romanzo di Honoré de Balzac (nella sua prima stesura intitolato “Ne touchez pas la hache”) rientra in quel monumentale ciclo denominato “Commedia umana”, opera complessa ed articolata che restituisce la contemporaneità dell'autore attraverso il racconto delle vicende della celeberrima società segreta dei Tredici. “Ne touchez pas la hache” ci racconta essenzialmente una storia in cui è il tempo a costituire la variabile fondamentale attorno alla quale costruire l'intero intreccio. Vi è in Balzac, e dunque nel film di Rivette, l'idea del “troppo tardi”, dello sfilacciarsi degli eventi sotto i colpi dell'inesorabile trascorrere del tempo, vi è una pesante critica ad un mondo ed una cultura – quella appunto della Restaurazione – incapace di vivere davvero il proprio tempo perchè persa disperatamente nell'inutile prosopopea d'un esistenza fatta d'orpelli e maniere anacronistiche e vuote. Muovendosi fra due piani temporali distinti il film mette in scena il tribolato rapporto amoroso fra la Duchessa Antoinette de Navarreins (de Langeais è il nome che le deriva dall'unione in matrimonio con il duca di Langeais) ed il generale Armand de Montriveau, ponendoci immediatamente di fronte alle estreme conseguenze dell'assurdo comportamento tenuto in particolar modo da Antoniette, vera e propria incarnazione d'un epoca che però nel corso della relazione sarà in grado di oltrepassare le convenzioni, ben rappresentate dai personaggi che la attorniano (su tutti il Vidame de Pamiers interpretato dall'inossidabile Michel Piccoli).
Jacques Rivette continua dunque la propria personalissima esplorazione di quelle umane passioni che trovano nella tortuosità il proprio estremo e drammatico compimento, ed ancora una volta lascia che siano due attori a dare corpo al tutto. Jeanne Balibar con la sua eterea e sfuggente bellezza, fatta di piccolissime smorfie e di sfuggenti sguardi, riesce ad impersonare tutto quel bagaglio di buone maniere ornamentali della Parigi restaurata, come pure lo smarrimento folle e disperato che la condurrà a sfuggire dal mondo. Guillaume Depardieu, pur nella fisicità che tanto ricorda il celebre padre, riesce a non esserne pedissequamente clone ma attraverso una misurata recitazione, fatta di tante contrazioni ed addirittura d'una camminata zoppicante, costruisce un personaggio selvaggiamente complesso.

“La Duchessa di Langeais”, da oggi nelle sale, non è un film facile, ma un'opera capace di riservare allo spettatore attento e paziente una profonda compassione per i personaggi messi in scena ed in fondo per quella parte profonda e spesso dimenticata del nostro animo. Come nei romanzi di Balzac.

Pubblicato anche su La Voce d'Italia il 14 luglio 2007. URL


Extra:

Événement Rivette. Travolgente
di Antoine Thirion (trad. Eugenio Renzi), Cahiers du cinéma, Numero 621, marzo 2007, p.10-11. URL

Ricordandoci che il titolo originale (Ne Touchez pas la hache) fa riferimento all'espressione usata dal guardiano di Westminister a proposito della lama utilizzata per la decapitazione di Carlo I "Non toccate l'ascia", l'articolo dei Cahier (edizione italiana) analizza con cognizione di causa il romanzo di Balzac da cui è tratto il film di RIvette. Il film allora si apre ad un nuovo ventaglio di interpretazioni possibili che lasciano però sempre insoluto il dubbio sulla relazione fra "La Duchessa di Langeais" ed il nostro tempo.


11 luglio 2007


QOOB.tv @ SonarCinema 2007


QOOB.TV

Una delle poche presenze italiane di questa quattordicesima edizione del Sonar è il canale digitale Qoob che, sviluppato da Telecom Italia Media in collaborazione con MTV Italia, ha da qualche mese lanciato la propria versione internazionale, ancor più aperta all'intermedialità. Qoob è addirittura fra i main sponsor della kermesse catalana, fatto che sottolinea ancor di più la particolare attenzione posta dalla realtà italiana alla valorizzazione strategica del proprio brand attraverso canali particolarmente ricettivi nei confronti dell'innovazione e della creatività (sarà presente anche ad Elctrowave 2007). Le stesse grafiche d'introduzione ad ogni singola proiezione appositamente realizzate dal network testimoniano le finalità auto-promozionali messe in campo.
Attraverso una selezione di otto fra i migliori contributi audiovisivi uploadati dagli utenti, come pure di quelle opere maggiormente professionali meritevoli di attenzione, Qoob porta in scena il potenziale artistico del web 2.0. Il risultato è davvero un piacere per gli occhi ed una boccata d'aria fresca capace di portare all'intera sezione un'approccio all'audivideo assolutemente divertente e divertito, ricco di trovate geniali. Uno spasso!

> Optically Illusion. Dir: Mauro-Vecchi. M: Whitest Boy Alive - URL
Mauro Vecchi è un damsiano doc impeganto da quasi otto anni nella produzione audiovisa. Il videoclip qui presentato è un compendio di alcuni dei più celebri effetti ottici proposti in sincro perfetto con il groove dei Whitest Boy Alive. Un'idea semplice ma efficace, a dimostrazione del fatto che un buon video nasce da un buono script, da una buona trovata.

> Paintballing. Dir: Lovesport - URL
Quel che da programma ci viene indicato come Lovesport altri non è che Grant Orchard del londinese Studio Aka. Lovesport è una serie dedicata a sport più o meno probabili andata in onda (e finanziata) sul canale digitale Qoob. Protagonisti della serie sono dei piccoli rettangolini composti d'una manciata di pixel colorati che saltellano su e giù per l'inquadratura. Qui si mette in scena una guerra fra due fazioni che cercano di sconfiggersi a colpi d'armi che sparano variopinti getti di colore in una escaletion di folle brutalità che minaccerà la loro stessa esistenza di specie.

> Aqua. Dir: Loper - URL
Brevissimo clip di chiara provenienza casalinga ad opera di Lorenzo Fernandez, che ne firma ogni aspetto realizzativo. Questo cortissimo al di là dell'ottima confezione dimostra le potenzialità messe a disposizione dai media digitali. Con il semplice utilizzo del software After Effect si è elaborata un'immagine ottenuta mediante stop motion accurata d'una immagine in (falso) movimento.

> Cityscan_3. Dir: HFR-Lab. M: Synapsia - URL
Dietro all'acronimo HFR si nascondono Chiara Horn, Tommaso Franzolini e Davide Quagliola, tre giovani video artisti di origini italiane portatori d'una visione dello spazio urbano destrutturante e ri-costruttiva di forme insolite ed impossibili. Cityscan è una serie decisamente ampia di variazioni del medesimo tema. In questo breve filmato scorgiamo una Londra capovolta a 90°, che scrorre davanti ai nostri occhi dall'alto verso il basso, destabilizzando le abituali coordinate spaziali della visione d'uno skyline, d'un profilo della città.

> Summer 01. Dir: Mbanga - URL
"Il mondo binario", così recita il testo d'accompagnamento al video dello studio romano Mbanga presente sul sito Quoob.tv. "Summer 01" è una breve animazione che utilizza il classico riferimento alla rappresentazione della realtà tramite codice binario. Clip non particolarmente originale ad esser sinceri, probabilmente inserito nella selezione per affermarne il carattere underground e di apertura anche verso quelle produzioni non necessariamente perfette dal punto di vista formale.

> Kids'n'Revolution. Dir: Louis Böde - URL
Louis Böde è un progetto fondato dallo scrittore Marco Mancassola. Louis Böde è una “band creativa” formata da uno scrittore, due musicisti e due artisti visivi. Le immagini di Marco Rufo Perroni, animate da Nicola Vlla raccontano una triste storia di violenza e di difficile quanto impossibile riscatto. Una storia amara e distonica nella spensieratezza che tendenzialmente ha caratterizzato questa edizione di SonarCinema.

> My Joy Remix. Dir: Rinomad. M: Four Tet - URL
Con questo video Rinomad (alias Rino Stefano Tagliaferro) ha vinto il contest indetto dal canale Qoob per la realizzazione del videoclip del brano di Four Tet, riuscendo ad ottenere per quest'ottimo lavoro un'incredibile visibilità ed autorevolezza di passaggi che questo Sonar non farà altro che accrescere. Qui abbiamo la totale destrutturazione dell'immagine a completo servizio del sonoro. Compionamenti di frame nella continuità d'un suono da illustrare “su commissione”. L'esatto contrario d'una sonorizzazione.

> Spider. Dir: Nash Edgerton - URL
Questo cortometraggio proveniente dall'Australia è uno degli elementi più classicamente cinematografici di questo SonarCinema. Trattasi di classico cortometraggio (dura poco meno di dieci minuti) con colpo di scena conclusivo, colpo di genio propizio ad una conclusione della vicenda messa in scena. La struttura prevedibile della sceneggiatura non impedisce al regista Nash Edgerton di cogliere lo spettatore completamente di sorpresa. Essenziale e fulminante con morale posta all'inizio, sotto forma di incipit didascalico: “E' tutto un gioco, fino a che qualcuno non perde un occhio”.

da SonarCinema 2007, musica per gli occhi, Digimag 26 luglio-agosto 2007


10 luglio 2007


culture pop (e viceversa) #75


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