Blog: http://kulturadimazza.ilcannocchiale.it

The Messengers di Danny e Oxide Pang, 2007


Trasferirsi da una grande metropoli come Chicago, per andare a vivere in una scalcinata fattoria dispersa nel nulla desolato del North Dakota, non è cosa semplice. Figuriamoci se può esserlo per una ragazza di sedici anni (Kristen Stewart) coattamente traslocata dai famigliari (Dylan McDermott e Penelope Ann Miller). Se poi ci aggiungi che in quell'abitazione anni addietro si consumò un'efferata strage, che il tuo fratellino di tre anni vede in continuazione (per nulla spaventato) orribili cadaveri deambulare per casa e che, oltretutto, tutti attorno a te (in primis i tuoi genitori) iniziano a credere che qualcosa nella tua testa non funzioni correttamente, allora la tua situazione è davvero un terribile casino.
“The Messengers” lasciava presagire qualcosa di buono, delineandosi – “a scatola chiusa” – come un prodotto piuttosto interessante per tre ordini di motivi. Il primo è dato dall'altisonante nome del produttore, quel Sam Raimi che, prima di rimanere intrappolato nella tela di Spiderman (all'interno della quale peraltro qualcosa di ottimo ha pur sempre fatto), nel corso della sua carriera ha saputo firmare alcune delle opere più interessanti del genere horror; film epocali del calibro de “La casa” nel 1981 e “L'armata delle tenebre” nel 1992 sono i suoi fiori all'occhiello. Il secondo motivo è legato alla natura del progetto che, a differenza di molti suoi simili, non è replica (cinematograficamente dicesi 'remake') di qualche film orientale ma è una storia interamente made in U.S.A. che certo, come ogni prodotto hollywoodiano, rubacchia qualcosa qua e la (l'ambientazione, la tragedia che apre la vicenda, gli uccelli che attaccano inspiegabilmente l'uomo) ma nel complesso cerca una strada propria ed originale per “arrivare” al pubblico. Il terzo motivo d'interesse è legato ai registi. I Fratelli Pang (Danny e Oxide), gemelli assolutamente identici, giunti alla notorietà planetaria con la regia di “Bangkok Dangerous” ma soprattutto con “The Eye”, si misurano qui con la loro prima esperienza hollywoodiana e grande era fra la critica ed i fans la curiosità nel verificare se e come fossero riusciti a portare il stile nella patria del cinema commerciale.
Ma il problema del film risiede proprio nel perverso, e scadente, esito al quale sono giunti i tre motivi che “a scatola chiusa” lo facevano sembrare un piatto ghiotto.
Sam Raimi nel ruolo di produttore pare non averne beccata davvero neanche una. Da una parte il cast non risulta molto stimolante agli occhi del pubblico e poi pure la scelta delle location non brilla certo per originalità. Se a questo si aggiunge il fatto che la pellicola dopo un pessimo screening test è stata, per volontà del produttore, nuovamente girata in alcune sue scene ma non dai registi che l'hanno poi firmata ma da un altro anonimo realizzatore, facilmente si comprenderà che ogni possibile critica al film debba trovare proprio in Raimi un bersaglio su cui riversare gran parte delle proprie critiche tranchant. Ad onor del vero bisogna però puntualizzare che il produttore in questione è lo stesso che mise in essere per la tv opere del calibro di "Xena principessa guerriera" e "Young Hercules", veri e propri oggetti stra-cult dotati d'un estetica assolutamente pop-trash epocale.
La sceneggiatura è sì originale, ma camuffa dentro di sé tutti i possibili cliché del genere non riuscendo davvero mai a stupire lo spettatore che salta sulla sedia della sala solamente a causa delle pavloviane scariche di decibel tese a terrorizzare anche un sordo (a causa del repentino, ed a mio avviso pericoloso, spostamento d'aria).
La regia dei fratelli Pang risulta piatta e scarna, priva di alcuna invenzione o quanto meno d'un qualche guizzo che ne giustifichi la buona stampa che circondava il loro nome.

Certo la recensione in questo caso è decisamente definibile come 'critica', penso che però possa avere dalla sua l'onesta nei confronti del gusto di chi scrive e soprattutto il pregio di non rivelare alcunché della trama lasciando il piacere della visione che ogni recensione dovrebbe salvaguardare prima d'ogni altra cosa.

L'articolo è pubblicato su La Voce d'Italia

Pubblicato il 30/6/2007 alle 4.25 nella rubrica Cinema.

Il Cannocchiale, il mondo visto dal web