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La rivincita del pop elettronico (Moon Safari, Air, 1998)

LA RIVINCITA DEL POP ELETTRONICO
di Veronica Rosi (pubblicato su Ondarock.it il 24 Aprile 2007. URL)

Recensione dell'album "Moon Safari" degli Air (1998)

Grunge = Medioevo
E' il momento di confessarlo. Gli anni 90 furono un periodo buio, molto buio. Dopo il crollo dell'impero delle maschere, la compiuta decadenza postimperiale dei fatui ed edonisti capelli cotonati, l'innegabile oscenità degli ombretti fosforescenti, il disgusto per una fruizione musicale ormai simile a demenza senile, ci ritrovammo in una specie di medioevo musicale. Il mito, l'idolo, l'ideale per cui i giovani adolescenti di quell'epoca erano pronti al martirio era uno: l'Autenticità. Basta silicone, basta falsi sorrisi, basta luci stroboscopiche, fuoco alle cose gay, fuoco ai falsi sorrisi del pop commerciale. Stronzi patetici anni 80, damnatio memoriae a voi.

Tutto questo mentre Tommy Mottola, Ceo della Sony Music, viveva da signorotto scopandosi Mariah Carey e facendo profitti da capogiro un po' sull'idea diabolica delle boy-band, è vero, ma soprattutto sulla pelle di noi pirla che ci ricompravamo i nostri album preferiti in cd. Questo era il triste e manicheo bipolarismo di allora: o Tommy Mottola, o i Nirvana. Se volevi del pop, il meglio che il (distortissimo) mercato dell'epoca proponesse era il songwriting impegnato e melenso di “Seven Seconds” (Youssou N'dour e Neneh Cherry, ndr, e se qualcuno non se la ricorda, beato lui). Il livello era talmente basso che il brit-pop passava come genere fico.

Francesi di merda
E poi, loro. Un duo. E l'ultimo duo pop decente di cui si aveva memoria, esclusi quegli omosessuali di merda dei Pet Shop Boys, dei Soft Cell, degli Wham!, degli Eurythmics e di tutti quegli aborti della decade innominabile, erano Simon & Garfunkel. Un duo di due sfigati, per giunta francesi! Roba che l'ultimo francese che aveva visto la classifica inglese sarà stato Gainsbourg (escludendo ovviamente “Joe Le Taxi” di Vanessa Paradis, ma abbiamo detto che gli 80 erano stati cancellati da un meccanismo di rimozione psicologica collettiva). Due spocchiosetti parigini dunque, che se ne sbattevano del sacro verbo chitarra elettrica (l'elettronica, in quei bui anni 90, o era per impasticcati o era per froci malati terminali di Aids, e non sto esagerando), che non avevano mai visto una sala d'incisione, che facevano tutto a casa davanti alla tv con degli strumenti del paleolitico, vecchiume raccattato da gruppi kozmische-avantgarde-spaccamaroni andati in pensione.

Due tipi così naturalmente scarsi da filtrarsi la voce col vocoder, e nonostante quello non riuscire a nascondere il loro accento snob di francofoni, che pietà. Ma non sarebbero andati mai da nessuna parte, era chiaro che anche l'ultimo assunto della crapulona Emi avrebbe cestinato il loro promo senza manco aprire la busta. Sarebbe bastato il francobollo francese. Al massimo, solo nei sozzi bassifondi della musica quel disco avrebbe potuto trovare quei due tre ascoltatori, sfigati al par di loro. Laggiù nell'underground delle etichette indipendenti, quando fare indie non voleva dire essere nella sigla di un telefilm, voleva dire mangiare merda e sbattersene del successo. Anzi, nemmeno sbattersene, rifuggirlo proprio, scansarlo come la peste, oltre l'Autenticità, suonare nel vuoto. E in quell'ambientino lì, ora, da posteri, si può dire, nessun album pop è mai sopravvissuto. Figuriamoci poi uno che era volutamente snob e retrò, per non dire concettuale, con quella sua stilosa rievocazione dei sogni adolescenziali dei primissimi anni 70: cosmonauti, Amiga, arredamento geometrico, ragazze con la frangetta. "Moon Safari", un nome da carosello passeé.

Anomalìa di un successo
Non sapremo mai quale fu il segreto del successo di "Moon Safari". Forse calvalcò fortunosamente la nascita dell'internet domestica, la nuova, potentissima arma di diffusione della musica che sarebbe stata poi la nemesi dei vari Tommy Mottola. O forse quel singolo electro (il primo singolo electro mai visto in classifica, e a tutti i dj scende una lacrimuccia), teutonico e zuccheroso insieme come una cyber-lolita, bombardò il giovane pubblico di una giovane Mtv con un misterioso messaggio subliminale contenuto in un piccolo scimpanzè-astronauta, "Sexy Boy". Era una canzone che appena la sentivi ti innamoravi, e dovevi, manco fosse un bisogno fisico, dovevi comprarti l'album (anche perché non tutti avevano il masterizzatore ancora).

Il cd era colorato di blu, era come un cielo stellato, così che noi ingenui e romantici teenegers, facendolo girare nel lettore, potessimo assistere al big-bang del nostro cosmo personale. Era un disco senza tempo, camaleontico: se eri felice ti sembrava musica felice, se eri triste ti sembrava musica triste. Andava sempre bene, e dava dipendenza. Ore ed ore di quella roba, di fila.

Terapia
Una terapia, una lezione. "Moon Safari" ci insegnò che i pezzi strumentali non erano una palla di piombo come il prog di papà, ci insegnò che si poteva fare pop elettronico senza suonare anni 80, che il pop non è un jingle, ma è sogno, è arte che rincorre l'idea di amore, ci insegnò che gli arrangiamenti contano, che il vocoder è sexy, che l'indie una volta sdoganato vende tantissimo, e che il fatto di vendere non muta la medesima musica da indie a commerciale, che contano le canzoni e non la band, che si poteva fare musica nuova in casa, tra un videogioco e l'altro, senza neanche spendere tanto in droghe e alcool, che il rock non era l'unica santa fede cattolica e apostolica, che è un errore imperdonabile accusare il pop di non essere autentico, che il pop è semplicemente un fingitore, che finge così completamente che arriva a fingere che sia dolore il dolore che davvero sente.

Ma soprattutto, sia lode a Dunckel e a Godin, "Moon Safari" ci diede una buona ragione per bruciare la camicia di flanella. Un gesto punk, liberatorio, orgasmico. Così bello che ancora la gente lo cerca: nei nuovi album degli Air, nel primo di Goldfrapp, nei tanti pallidi imitatori. Ma è una ricerca inutile. L'emozione è irripetibile. Sono passati quasi dieci anni, siamo cresciuti. Le camicie di flanella manco le vendono più.

Man On The Moon (Safari)
Nell'analogico tremolìo del Korg MS-20 (meraviglioso, impagabile nome da arma da fuoco per una canzone struggente e liquida come “Le Voyage De Penelope”) rivive il brivido cosmico di accorgersi per la prima volta della consistenza della propria lingua: solo allora, solo al primo, umido, tiepido contatto con un'altra. In un attimo, così, dal mito dell'Autenticità alla vera Autocoscienza. Un piccolo passo per un adolescente, un salto gigante per la musica.

Pubblicato il 13/9/2007 alle 1.4 nella rubrica Musica.

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