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Un duro in platea di Andrea G. Pinketts


Robert Mitchum

Un duro in platea
È lo spettatore maschio a voler somigliare al macho del cinema o sono i personaggi dello schermo a imitare i veri uomini della realtà?

di Andrea G. Pinketts

Forse ha ragione Norman Mailer quando dice che “i duri non ballano”, anche se James Cagney, il duro dei duri, era un eccellente ballerino. Diamogli pure ragione. I duri non ballano ma vanno al cinema, sullo schermo e in sala. Immaginatevi un duro mimetizzato in platea, tra spettatori innoqui, studiare attentamente il comportamento spettacolarmente asociale dell'attore che interpreta un duro. L'autentico duro prende mentalmente appunti per capire cosa ci si aspetta da lui e, di conseguenza, come comportarsi. Ignora però il duro doc (Denominazione di Origine Cinico-romantica), che lo sceneggiatore lo ha studiato con altrettanta attenzione. È il duro che imita il cinema o il cinema che imita il duro? O semplificando: perché C'era una volta in America lo hanno girato a Cinecittà? Grosso guaio a Cinetown.

Il duro del cinema o è elegantissimo come uno scheletro di tenerezza nell'armadio come il grande Gatsby o è stazzonato, stropicciato dalla vita come un Casanova appena evaso dai Piombi che si sta riprendendo da una sbornia di tre giorni. Entrambe le tipologie hanno i postumi di un passato. Sia il duro dandy che il duro dondolante si esprimono con frasi lapidarie. Destinate a essere ricordate. Siamo al cinema: non c'è tempo per tenere una conferenza. Il colore del duro è il nero, il buio in sala che illuminerà con la sua virile presa di posizione sullo schermo. La stagione del duro è l'autunno. Il casinò dei ricordi. L'estate è bandita. Un duro non può sudare troppo di suo, tranne che in un actioner americano, visto che è troppo impegnato nel far sudare gli altri. Il duro è figlio unico e single: se aveva un fratello e una fidanzata glieli hanno appena ammazzati. O sono in procinto di farlo. Il duro ama la frutta. In una memorabile scena di Nemico pubblico il già citato James Cagney spreme in faccia un pompelmo a Mae Clarke. Il duro è raramente astemio. Nei rari casi è perché si sta disintossicando da un alcolismo di vecchie ferite. Il duro è un uomo tutto d'un pezzo a pezzi. Penso ad Amedeo Nazzari ne Il bandito di Alberto Lattuada: con il senno di poi ti aspetti che da un momento all'altro ordini un Biancosarti, l'aperitivo vigoroso di un vecchio Carosello. Il duro è un carosello, il trailer di se stesso. Il duro gira indifferentemente a Hollywood o a Cinecittà.

A Hollywood si faceva chiamare Bogart, Mitchum, Edward G. Robinson. A Cinecittà Folco Lulli, Raf Vallone, Marco Brega. A volte si incontrano. In Con la rabbia negli occhi, di Antonio Margheriti, Yul Brinner, killer stagionato, istruisce, a Napoli, l'allievo Massimo Ranieri. Attenzione però ai finti duri, ai poliziotti di ferro di qua e di là dall'oceano. Maurizio Merli e Steven Seagal interpretano personaggi duri sì, ma di comprendonio. «Bruciare non è rispondere» diceva Camille Desmoulins nella sua lettera ai Giacobini.

Un'ultima regola per la corretta visione: il duro è trasversale. Mi viene in mente Fred Buscaglione in Noi duri di Camillo Mastrocinque. Erano della partita anche Totò e Paolo Panelli. I duri cantano e la suonano.

La televisione ha ammazzato il cinema? Un pò. Con noi duri non sarebbe accaduto.

[Panorama First, agosto 2007]

Pubblicato il 24/10/2007 alle 6.51 nella rubrica Cinema.

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